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sabato 16 luglio 2011

PostHeaderIcon Recensione: Il club dei suicidi–Crash into Me

Il club dei suicidi. Crash into me

Titolo: Il club dei suicidi. Crash into me

Autore: Albert Borris

Traduttore: Lo Porto T.

Editore: Giunti

Collana: Y

Pagine: 304

Prezzo: € 14, 50

 

Trama:

 Sul sedile posteriore della macchina il timido protagonista Owen ripensa ai suoi sette tentativi di suicidio fallito. Così inizia "Crash into me", un romanzo on the road, il viaggio strampalato della strana compagnia dei "Suicide Dogs", quattro teenagers legati da un patto di morte. Dopo essersi conosciuti in una chat per aspiranti suicidi, i ragazzi decidono di partire dal New Jersey e attraversare il paese in un pellegrinaggio che toccherà le tombe di alcune celebrità che si sono tolte la vita, dalla poetessa Anne Sexton, prima tappa a Boston, a Kurt Cobain, passando per Judy Garland, Ernest Hemingway e Hunter S. Thompson. Un rituale che dovrebbe preludere al loro stesso suicidio. Scenario drammatico per il traguardo: la Death Valley.

L’autore:

Albert Borris vive nel New Jersey, è stato per oltre vent’anni un affermato consulente per gli studenti alla Moorestown High School e ama il trekking estremo. Ha seguito le tracce del leopardo delle nevi sull'Himalaya e ha girato l'Islanda a piedi, ma definisce il suo lavoro quotidiano, che ama immensamente, come la più entusiasmante avventura della sua vita. "Il club dei suicidi" è il suo primo romanzo.

Recensione:

Si fanno chiamare Suicide Dogs, perché loro sono come i cani, sono come un branco. E nel branco, si sa, ci sente tutti un po’ meno soli. Si approntano i sogni insieme, si stirano i lustrini per le stelle aiutati da innumerevoli prese di ricordi, respiri, battiti di palpebre che sconfiggono le ansie nelle sue anse perdute. Liste, tane liste, stilate con dieci podi; una scalata inversa, devastante, che dirotta le posizioni in un sorriso – scintilla.

Alla fine, la Death Valley non è poi così lontana.

A legarli, a stringerli, è la voglia di farla finita – dicono loro, di uccidersi, di suicidarsi. A legarli è soltanto la missione per asfissiare la solitudine, farle espiare i suoi spiragli truci di nebbia, farle esalare le sue corti gelate tutt’intorno. Stare insieme, nelle difficoltà, nelle sensibilità, tra i pianti, per ricominciare a vivere. Per ritornare indietro, così: 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1, 0. Fino allo stato embrionale, fino a quando il calore della pelle decide di partorire figli insani e rifiutati dal mondo, quindi è 0, poi 1 e poi non ci è dato sapere altro.

Owen, Frank, Audrey e Jin-Ae, forse hanno soltanto bisogno di camminare assieme, di sostenere lo sguardo non più soltanto attraverso gli occhi del rimorso, del rimpianto, della delusione, nel non essere capiti, rifiutati, accettati. Credo, sia una grande paura che accomuna tutti i giovani, proprio quella dell’incomprensione.

Forse è per questo che si tende, in qualche modo, a reprimere i sentimenti dentro al corpo e svestire la propria personalità perché al mondo non va bene. Perché nei problemi si diventa soli, terribilmente soli e le colpe ricadono addosso ai protagonisti in maniera pesante e deleteria. Owen nasconde i suoi segreti attraverso suicidi, il fratello morto diventa una realtà troppo grande per non allegarsi al suo stesso io. Frank, che si sente totalmente un fallito. Audrey che è soltanto un po’ sola, e da quando l’hanno investita una cicatrice le calca la testa.

E a volte la rete tende a cucire distanze e a fare di nuovo, infiorare i sogni, scacciare quella solitudine che poi, in fondo, è un po’ noia. Noia di vivere perché non ci sono le ragioni per portano ad aggrapparti in maniera salda alla speranza nei momenti di sconforto.

La narrazione procede come un lungo viaggio – invero è tale situazione che accade, che riempie il romanzo –, intervallata dagli sprazzi di flashback che inquadrano le discussioni in chat dei ragazzi, del mondo in cui si sono ‘conosciuti’ fino all’incontro finale, fino al viaggiare on the road per tutta l’America e rifuggire dai problemi, le famiglie, un tramonto che si assottiglia, mentre loro rincorrono un’alba perenne.

Una cosa che non ho gradito sono state le abbreviazioni usate nelle discussioni in chat, che portano a togliere serietà ai personaggi, tutt’altro che ‘abbreviati’, ‘ridotti’, ma sempre interessanti e alla ricerca della vita, inconsapevolmente, dentro loro stessi.

O qualche appunto alle abbreviazioni di tipo ‘veckio’, ho storto leggermente il naso, anche perché sembrano messe a casaccio. Per esempio ci sono tali momenti in cui le abbreviazioni caratterizzano un personaggio nello specifico, alte in cui esse sono totalmente assenti. Un aspetto importante, peccato però tralasciato come sprazzo di flashback poco importante.

Il loro viaggio procede veloce, fulmineo, verso le tombe degli idoli stessi dei personaggi – Anne Sexton, Kurt Kobain, Savannah, Hemingway; il fratello stesso di Owen diventa idolo e silenzio, diventa scena intensa di finale dove tutto il romanzo concentra le sue spire.

La ricaduta; la rinascita.

Tornare, ritornare avanti, ritornare indietro. Tra le pagine che annotano a momenti una lista delle dieci cose migliori, dei dieci modi migliori per suicidarsi, delle dieci morti più gloriose, più astruse e via dicendo. Finendo poi con le dieci ragioni per rimanere in vita.

Ci si scopre, ci si riscopre, tutti i modi, tutti i mondi sepolti negli animi dei personaggi che ritornano in un romanzo, in uno sviluppo formativo accostato dallo stile dell’autore. Semplice, ma mai banale. Si immedesima, si compenetra, con l’essere del protagonista, Owen. La narrazione in prima persona però presenta alcuni buchi, come le scene che si susseguono molto veloce e che confondono il lettore con l’assenza di descrizioni concrete.

Nonostante tutto, a me il romanzo è piaciuto perché non presenta come Break, Ossa Rotte delle atmosfere angoscianti con la perdita totale delle speranze, questo risulta invece una rinascita graduale, in cui le speranze creano vortici che assorbono interamente i protagonisti.

 

Voto: 7/10.

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