Lettori fissi

mercoledì 25 agosto 2010

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Autore: Rebecca James


Titolo: Beautiful Malice


Editore: Einaudi (Stile Libero Big)


Prezzo: 17,50 €


Pagine: 296










Recensione di: Chesy & Zia Mad





Un po’ tutti avrete sentito almeno nominare questo romanzo, considerato il caso editoriale dell’anno e tanto conteso dalle case editrici alla Fiera del Libro di Francoforte, tanto che siete stati proprio voi lettori a chiederci una recensione sul romanzo. Perciò, prima di cominciare, per quei pochi che non hanno ancora un’idea precisa del romanzo in questione, vi riportiamo a un articolo piuttosto esaustivo (e anche breve) in proposito.
È un libro moderno, o quantomeno è quello che esso cerca di fingersi, poiché sotto la sua maschera si cela ben altro. È una storiella così, campata in aria, e lì resta per tutto il seguito della narrazione. Forse è proprio questo che dà fastidio al lettore: la viscidità delle parole, della storia in sé, di una finta “morale” che scivola come un drappo di seta e se ne va via. Non lascia nemmeno un briciolo del suo fascino, benché, d’altronde, scrutando attentamente, non ne ha nemmeno un filamento. Tale fascino viene inevitabilmente corroso, solo questo. È un retrogusto che stranamente può sapere di cenere.
È un libro di quelli che devi assorbire tutti d’un fiato, altrimenti rischi di non arrivare a finirlo, e portartelo come un peso per troppo tempo che, ovviamente, avresti potuto dedicare a letture migliori. È un libro di quelli che, una volta finiti, necessitano di alcuni minuti (minuto più, minuto meno; insomma la quantità di tempo necessaria a ciascuno di noi) per accusare il colpo e fare in modo che si riesca a darne un giudizio piuttosto soggettivo, non più suggestionato dalle voci che ne parlano in giro, ma totalmente sottomesso a ciò che noi consideriamo la realtà dei fatti. È, come tutti, un libro con i suoi pro e i suoi contro, e sarà nostro impegno esaminarli uno per uno.
La trama ricorda vagamente i soliti telefilm americani, è ricca, direi quasi rimpinzata come un panino, di cliché e situazioni comuni che si possono trovare in qualsiasi luogo di questo piccolo mondo. I personaggi sono stereotipati, e più che altro cercano, in maniera che a volte risulta anche un po’ goffa, di inquadrare la società odierna. Sebbene la critica ad essa sia sommessa, quasi impercettibile (la scrittrice si limita a raccontare i fatti, quasi che le circostanze fossero solo i casi più favorevoli a far accomodare per bene la sua storia), sono proprio gli errori nelle azioni di questi burattini australiani a infastidire il lettore. Come quando in una partita di calcio si prende a rimproverare il calciatore, nonostante sia impossibile che egli ci senta o solo si accorga di noi, si è portati a pensare come sarebbe stato facile se solo si fosse agito in una maniera più “giusta”. Ecco, venire immersi in questa realtà di merda lascia sbigottiti, i difetti vengono a galla, gli episodi diventano man mano più tragici e insulsi. Non tanto banali, quanto idioti.
E come in uno di quei telefilm, il tutto viene diretto ad un pubblico sano per mutargli segretamente il cervello in qualcosa di demenziale e che si lascia abbindolare, in qualcosa di ipnotico e assurdo. E man mano che questo traspare, ci si trova davanti a una di quelle soap-opere fastidiose, ove da una puntata all’altra tutto si stravolge in ridicolo, cade nel precipizio. Si capisce, infine, che non se ne può più esserne sconvolti, ma si è consapevoli che alla prossima voltata di pagina gli occhi verranno sgranati nuovamente per ammirare l’idiozia di un mondo reale.
Spesso si tende a immergersi completamente in una storia, benché essa possa essere un fantasy o una science-fiction e quindi lontana dalla percezione comune, e perciò si assorbe come una spugna l’atmosfera che si vive nel libro, con il rischio che essa finisca per traboccare e lasciare le sue macchie nel mondo. E quindi un po’ spiace partecipare a una trama così, senza nulla che lasci qualcosa di duraturo e gradevole, senza nulla che sia altro ad eccezione di un moto di scossa per gli eventi finali e un’indifferenza che si fa sempre più forte. Indifferenza che poi ha il sopravvento, e non ti permette di giudicare il romanzo né una lettura piacevole (poiché ciò che viene narrato all’interno non può assolutamente considerarsi tale), né uno di quei romanzi che sanno, per quanto “dolorosi”, lasciare un’impronta nel tuo animo di lettore.
Certo, nella sua banalità, nel suo ritratto specifico dei lati più meschini della natura umana, in fin dei conti suscita alcune riflessioni. Riflessioni concentrate sul valore della morte di una persona cara (e qua, per evitare spoiler, la Zia si trova costretta a tacere; e no, non è la sorella della protagonista, se state pensando questo), o del confronto, dell’assurda stupidità della protagonista, capace di affrontare il dolore nei suoi molteplici aspetti solo nel modo più ingrato. Quindi soffrendo, senza limiti, anche a distanza di tempo, inondando le pagine del libro con i suoi rimorsi e le sue continue citazioni agli eventi spiacevoli che le hanno sconvolto la vita. Citazioni pesanti e inutili ai fini della storia e che, se raggruppate tutte, formerebbero un intero capitolo dickensiano da buttare… ehm… da qualche parte. E per dickensiano, riferendomi a coloro che ancora non hanno letto nulla di lui, s’intende fino ad arrivare a circa 30 pagine scritte tutte fitto fitto. Tolte queste, del romanzo della James non rimarrebbe che un racconto lungo.
Concentrandoci un po’ più sulle riflessioni che porta il libro, e che sono uno dei suoi pregi più evidenti,la Zia avrebbe qualcosa da dire. Non tanto per accanirmi proprio con l’autrice, ma qualsiasi romanzo, riportando tematiche tali, può essere capace di suscitare circuiti di pensiero nel lettore, e magari con tanto di qualità insite in più. Poi, le opinioni riportate dalla protagonista sembrano quasi frasi costruite nell’aria: non so e non pretendo di sapere se l’autrice, nello scrivere, si sia rifatta a vicende familiari o che in qualche maniera la coinvolgono, ma ho sempre ritenuto che sia un po’ come impicciarsi negli affari degli altri scrivere di dolori altrui. C’è chi lo fa bene (perfettamente, azzarderei, ripensando appena ad Hosseini), chi benino come la James, ma resta sempre quell’amaro di fondo in cui dici: “cavolo, questo mi è davvero capitato, ma io non ho reagito così. Anzi.” Anzi… è come confrontarsi con un fantasma. Ti viene descritto il dolore di qualcosa che non c’è, o meglio non c’è più.
La James cerca di iniettare nella storia svagate situazioni, cerca di far riflettere sul dolore, e se si può essere felici di una morte. E tutto è stranamente confuso, non potendo essere altro... La protagonista porta la sua vita che è insita di morte come un gran fardello insopportabile, ne condisce causticamente le pagine, tanto che è impossibile trovarne una in cui Katherine non ne faccia riferimento e non si pianga addosso. L’esistenza di Katherine Patterson viene quindi scossa da un individuo, che strascica la sua lingua velenosa da dietro, che si specchia ad occhi incomprensibilmente opachi, incapaci di in distinguere la personalità ambigua, con cui la James si diverte ad appiattire il tutto.
Forse è proprio questo il mezzo pregio della storia. I personaggi appaiono marionette, né più e né meno, s’abbigliano della nostra civiltà e si specchiano in noi. Chesy li definirebbe quasi giovani deformanti, un abbozzo mal riuscito, un quadro stropicciato per cercarne la fosca e lurida perfezione.
Un comportamento quasi istintivo di ogni lettore è quello di affezionarsi a un personaggio, e in un certo qual modo parteggiare per lui durante la sua corsa fra le pagine del libro. Bene, con Beautiful Malice ciò non è capitato. Ogni personaggio ha il suo difetto che te lo fa odiare distintamente, o che comunque te lo rende o antipatico o semplicemente indifferente. Rachel è un’ingenua, Alice una perversa; Katherine è stupida, Robbie insensato, e così via per tutte le comparse del romanzo. D’altra parte, e qui c’è una nota amara, sai di riconoscerti in ognuno di essi, sia per i difetti che per delle azioni che ritrovi vergognosamente nel tuo passato.
Qua si scade nell’inverosimile, l’inverosimile del nostro telefilm che gioca a sostenere castelli in aria e quindi ipotesi che lasciano senza fiato, finendo per far appunto sfracellare la sabbia, non più sostenuta dall’assenza di gravità di un’Australia innocente rispetto all’aberrante trama imbastita da mani ancora fin troppo esordienti. E tutto si rivela stilla per stilla, fino a quando arrivi a una certa pagina (pagina 200 o giù di lì, per essere precisi), in cui le pagine si scollano dal dorso e cascano anormalmente in terra. Tanto che pensi sia stato tu a provocarlo, ma poi t’accorgi che è proprio un difetto della casa Einaudi. Irrimediabilmente non ricomponibili, i fogli voleranno appena il vento spirerà più forte, serbando l’odio intrinseco per la storia. E parliamo sul serio, quando diciamo che le pagine si stacchino, nel vero senso della parola, e che il dorso si abrasi del tutto da lì in poi. Evento capitato alla Zia tanto quanto a Chesy.
Quando finalmente l’attenzione cresce, si nota ed è evidente che la James si annoi nello scrivere. Poiché le parti più congeniali alla storia vengono saltate misteriosamente, finendo poi come feti abortiti in un limbo che ti lascia lo scialbo desiderio di sapere cosa sia esattamente successo. Nel frattempo pure Alice, accompagnata dalle parti mai scritte, saltante balza in modo oscuro nel canale di scolo e si fa investire.
Poi c’è la questione dell’amicizia: dal sottotitolo pare che sia il fulcro di tutta la narrazione, ma leggendo quasi quasi ti viene da pensare che non sia così. È palese, e tale convinzione aumenta più ci si avvicina alla conclusione, che Alice non sia propriamente un’amica, sia per il suo carattere instabile e forse anche malato, sia per qualche oscuro motivo che la spinge ad essere così abominevolmente accanita contro la protagonista. Insomma, di riflessioni sull’amicizia non ce ne sono poi così tante, né esse vengono imposte al lettore: l’amicizia di Beautiful Malice è corrotta in ogni sua sfaccettatura, così come ogni rapporto della società moderna d’altronde, e quindi si è spinti a rigettarla in un angolo e a non pensarci più di tanto.
L’amicizia, ovvero il sottotitolo di sfondo, dovrebbe giocare un ruolo importante. Si legge “L’amicizia può uccidere”. Ma se volete la cruda verità, questa gioca l’ultimo ruolo della nostra amata soap-opera, una base musicale in sottofondo che pare allietare il lettore, quando invece è proprio questa che ne induce a far attecchire il fuoco al romanzo.
Alice Parrie, dall’alto, saluta.
E da che la tacita e timida Katherine voglia mantenere il silenzio sul suo oscuro passato, sapendo che questo l’avrebbe potuta portare in luoghi sconosciuti, incurante spiattella comunque tutto stravolgendo il suo carattere drasticamente, in maniera a dir poco irreale. D’altro canto si vive in un mondo onirico, dove il viaggio può portarti alla scoperta di nuove cose, tipo l’amicizia che… ehm.. è talmente ripugnante che la considereremmo un obbrobrio all’essere, perché è qui che l’animo umano si rende ingenuo… ma ingenuo lo si può essere fino a un certo punto, e gli eccessi fanno sempre male. Invero l’eccesso di Katherine viene pagato amaramente.
Lo stile della James è semplice, come si addice a uno scritto in prima persona dal punto di vista della giovane Katherine. Le frasi sono nette e brevi, permettono una lettura veloce, cosa che fa scorrere il libro anche quando la trama può apparire piuttosto statica sul livello narrativo.
Il libro è molto dialogato, e forse questo è un pregio del romanzo, perché non annoia. Però le mancanze si fanno notare anche qui. Sembra quasi che i personaggi abbiano tutti la stessa voce, o perlomeno lo stesso modo di parlare, così come le espressioni dei volti paiono prese con lo stampino. Questo perché troviamo espressioni giovanili in bocca a una madre di mezza età, e sempre dagli adulti traspare un linguaggio eccessivamente confusionario. Lo stesso che per di più viene usato da alcuni ragazzi ubriachi, la cui unica caratteristica che aiuta a distinguerli da altri è che essi hanno una voce “lenta e impastata”, come se stessero cercando di ingoiare… nutella?
Inoltre, tutt’a un tratto, si può incappare in termini eccessivamente eleganti e complessi per la situazione, che stonano con tutto il resto. Non si pretende che l’autrice sappia dare una sfumatura diversa a ogni parlata dei personaggi, ma che almeno riesca a distinguere le fasce di età e affibbiare un lessico più adatto all’evenienza.
Un altro aspetto fastidioso è la punteggiatura, usata malamente nonostante ci troviamo ad avere a che fare con periodi semplicistici. Perché la James frammenta osticamente le frasi. Mette virgole che non avrebbero il minimo bisogno di rimanere in quella valle già fin troppo occupata, e potrebbero benissimo andare a scorrazzare da altre parti. Verso luoghi affascinanti e alquanto inesistenti.
In compenso le descrizioni sono decenti, non perfette, certo, ma nettamente migliori rispetto a quelle di altri libri. Del resto Chesy non pretende mica che gli si descriva il bozzolo sul lobo dell’orecchio, ma viene il dubbio, vedendo che la James descrive la sensazione di avere un bozzolo sulla nuca, duro come una pietra ma che si scioglie come zucchero dopo pochi attimi. E quindi visi e luoghi prendono piacevolmente sembianze accurate.
Parte della trama è facilmente intuibile, non tanto dalle anticipazioni esplicite che da la stessa narratrice, ma dall’esposizione dei fatti, e infine un po’ ti soffermi a chiederti come alcuni personaggi abbiano potuto essere così ciechi. D’altro canto, ci sono lassi di tempo in cui Rebecca James salta subito alle conclusioni, lasciando la narrazione in un limbo in cui non ti resta che chiederti cosa sia successo nel frattempo, e perché l’autrice non ne abbia parlato, sebbene potendo liquidare il tutto anche solo con una frase sbrigativa ma d’obbligo. Il romanzo è poi diviso in due parti, la prima molto più lunga della seconda, e notando la brevità di esso mi pare una scelta totalmente assurda e priva di significato. Ci sarebbe stata molta meno confusione rendendo il tutto un unico manoscritto, dati i capitoli a loro volta brevi e capaci di fornire armoniosità alla storia da soli.
Ci troviamo in diversi piani di narrazione, che si avvicendano di capitolo in capitolo, in cui seguiamo tre periodi di vita della protagonista: la sera dell’uccisione della sorella, il presente (molto offuscato) e il passato della cosiddetta “rinascita”, in cui si narra tutta la vicenda della fatale amicizia con Alice. Passato che occupa gran parte della narrazione rispetto agli altri due livelli. Leggendo, la Zia ha avuto il dubbio che prima o poi l’autrice avrebbe combinato qualche pasticcio, perché proseguendo nella lettura le pareva logico che da un momento all’altro, di capitolo in capitolo, sarebbe finita a confondersi e a non distinguere più se stesse leggendo del passato, del presente, del futuro. Ma deve dire che, con piacere, così non è stato, benché alcuni tratti possano apparire egualmente vacillanti come un ponticello di corda su un baratro oscuro.
Il romanzo è anche sconclusionato. Lascia alla tua fervida fantasia il gusto di cosa sarebbe accaduto dopo, dopo l’ultima frettolosa pagina. Quella che trae infatti non è una vera conclusione. Per carità, con dei personaggi così idioti, che si gettano nel canale di scolo o nel mare in tempesta, o lasciano scolare di birra la sorella quattordicenne, cosa si può pretendere? Almeno il piacere di non concludere atto o pensiero glielo dovete dare. E così finisce il libro, non capendo nitidamente quale sia il vero pensiero di Katherine. Personalmente lo stregatto Chesy, nel prologo, è riuscito a diagnosticare che la protagonista soffre di paranoia ed è affetta da delirio persecutorio, dove vede la Crudelia Demon della sua vita apparire al supermercato vendendole alte dosi di veleno, o in riva al mare mentre usa il suo corpo come pistola per macinarle il cuore. Ma questo può anche rimanere, visto che sono dei personaggi psicologicamente approfonditi.
Un plauso alla copertina, anche stavolta formidabile, è dovuto. La scritta da cui si dipartono i fili spinati attrae, è un’idea originale che t’avvinghia. Il nero scuro della versione italiana, o in alternativa il rosso (appartenente a quella britannica) fanno pensare alla bellezza della malignità in maniera contorta. Quasi attrae il fatto che il male possa avere qualcosa di bellissimo in sé, e alla fine, se ci si sofferma, non è poi tanto sbagliata come concezione. Peccato che qui la Bellezza sia Alice, e la malignità sia semplicemente la sua pazzia crudele. Un’interpretazione un po’ deludente di un concetto così alto.
Ciò che non torna è davvero il bisogno di tentare il suicidio più volte, e dopo ridere di questo, perché è forse questo che ne resta del titolo. La malizia di Alice, la sua torbida follia, crudele e spietata, assurdamente ambigua, che porterà a conclusioni affrettate, le quali dovrebbero fungere da colpo di scena che in realtà non è. Per questo il romanzo risulta piatto ed infine la domanda “si può essere felice di una morte?”, ritorna inspiegabilmente col prologo. Le sorelle Boydell svaniscono via, la felicità non è la morte della sorella perfetta.
«Non ci sono andata al funerale di Alice. Ero contenta che fosse morta.»
È la morte di chi ti ha distrutto la vita che ti rende felice, ma non è forse vero che senza la persona della cui morte ora sei felice non avresti mai compiuto le cose che ora ti stanno più a cuore?

Voto:  2 cappe-code e mezzo
Mad-Cafinito

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