Lettori fissi

venerdì 22 ottobre 2010

PostHeaderIcon Recensione: Reckless, lo specchio dei mondi

 

Autore: Cornelia Funke

Titolo: Reckless, lo specchio dei mondi

Genere: Letteratura per ragazzi

Editore: Mondadori

Prezzo: 17,00 €

Pagine: 276

Recensione di: Zia Mad

 

 

 

 

 

 

Il sito italiano ufficiale del libro lo trovate qui, e questo è il fantastico booktrailer che ne hanno tratto:

 

 

Grandi aspettative. Libro letto e acquistato su consiglio di Chesy. Maledetto stregatto! Parla, confonde, induce e convince, poi si leva ogni responsabilità con una scrollata di coda: «Ti ho solo mostrato le vie! Ciò che hai fatto l’hai scelto da te» e poi aggiunge «Grazie per averlo testato (il libro).»

Poche sorprese. A confronto con la recensione di “Cuore d’Inchiostro”, i punti a favore e i difetti restano prettamente gli stessi. Come se la Funke frattanto non fosse migliorata affatto, oppure abbia intrapreso un passo avanti equilibrato rispettando i rapporti fra pregi e lacune.

Si parte in modo ottimo: il lettore viene inserito nella trama che la storia s’è avviata già da un po’, e il passato si ricompone pezzo pezzo a furia di modesti e striminziti inforigurgiti, all’inizio forse troppi e fuori luogo (nonostante siano indispensabili per delineare la base della trama e l’atmosfera di partenza), ma poi sempre più ridotti e idonei alla situazione. Quindi si può dire che quasi metà romanzo è costituito da piccolissime storie d’avventuree, che riprendono magicamente le favole dolci e a lieto fine del nostro mondo e le rendono reali, un pizzico più gotiche e macabre, magari facendo capitare i personaggi nel castello di Rosaspina che dopo secoli è ancora addormentata, o in una casa di marzapane la cui strega è stata uccisa crudelmente anni prima.

La trama si sviluppa attorno a una concezione e a un universo nuovo e sconosciuto, cui vi si accede tramite uno specchio di proprietà dei Reckless, a prima occhiata borghese e normalissimo. John Reckless, l’uomo di casa, ha tenuto nascosto il segreto dello Specchio fino alla sua definitiva scomparsa all’interno di esso. Quindi il figlio Jacob, non credendo alla menzognera notizia della sua morte, eredita per caso questo pericoloso mistero: il Mondo dello Specchio, negli anni e grazie a i numerosi “viaggi”, diventa il mondo di Jacob, che infine decide di mostrare tutto ciò al caro fratello minore, Will. Ed è proprio qui che entra in campo il lettore, ora che cominciano i guai. Non ci interessano tutte le avventure di Jacob prima dell’entrata in scena di Will, benché interessanti e fantastiche, né ci interessa poi molto la vita che entrambi conducevano nel mondo reale. O, almeno, questo è ciò che crede la Funke, visto che ci dipinge il tutto con poche frasi sparse per tutto il romanzo, confuse come ricordi e pensieri transitori, tinteggiate alla stessa maniera di quelle immagini tremendamente fugaci che rappresentano il tenue risorgere di un passato a lungo represso, quindi di nuovo sottomesso da un presente azionistico e stressante, movimentato. Il presente che noi viviamo assieme ai Reckless è proprio questo, una violenta corsa contro il tempo, che asservendosi degli elementi fantasy permette di bruciar tappe e combinar casini immani in un periodo che dura meno di un mese, una ventina di giorni al massimo.

Reckless, a differenza della copertina glaciale, è un fuoco di eventi. La Funke avrebbe potuto scrivere un tomo di cinquecento pagine, se solo avesse approfondito tutti gli aspetti qui solo appena sbozzati. Con la fretta di creare un libro coinvolgente ed energico ha finito per lesionare la sua opera, facendola apparire frivola, leggera, una concentrazione di azioni prive di una coscienziosa base sentimentale e di riflessione. Esagerando con l’azione, si è sminuita l’importanza della personalità dei protagonisti, qui incredibilmente piatti, profondi come pozzanghere sull’asfalto lasciate da piogge passeggere. La compagnia che attraversa le lande del Mondo dello Specchio è composta da elementi molto differenti fra loro, che hanno aperto all’autrice numerose vie con cui dettagliare l’animo di ciascuno. C’è il nano avido e ambiguo, la mutaforma passionale e logica, la ragazza innamorata e decisa, Jacob che è forte nel corpo e nello spirito come se fosse sempre vissuto in quell’universo magico e insidioso, affronta le difficoltà mosso dall’affetto fraterno e da una nota vagamente impulsiva. Ma tutto ciò da cosa lo ricaviamo? Da azioni, gesti e decisioni. Non c’è una riflessione o un dialogo che partecipi a delineare tali caratteristiche, anzi s’impegnano a fare il contrario. I dialoghi incontrati presentano tutti lo stesso linguaggio, buonista e colloquiale anche nelle situazioni di forte confronto, completamente atono come se prodotto da un macchinario invece che da esseri umani. Persino Volpe, la più sconsiderata, parla con tono pacato e indifferente, o almeno dà questa triste impressione.

Se in molti altri romanzi emerge che sono i personaggi di contorno quelli delineati meglio, forse perché descritti in così breve tempo da farci rimanere legati affettivamente agli atteggiamenti tipici e caratteristici di ognuno di loro, modi che da soli sanno rendere unici, in Reckless invece rappresentano la lacuna maggiore. Qui sono mezzi, mezzi per costruire la fortezza in cui il protagonista si muoverà sicuro sostenuto dalla sua astuzia e forza di volontà, talvolta spudoratamente accompagnate a un’enorme fortuna. Si nota un tentativo claudicante della Funke di donar loro un filo di spessore, ma lo fa alla sua maniera, ovviamente errata: decide infatti di raccontare l’azione (attenzione, l’azione!) saliente della loro vita, quasi che essa riesca a essere simbolo e matrice della ritualità occultata del personaggio. Inforigurgiti funesti.

Nella trama si possono notare tantissimi riferimenti alle fiabe dei fratelli Grimm, di cui i fratelli protagonisti portano anche il nome (Will e Jacob). Una sorta di tributo? Una ricerca approfondita per poter riscrivere la loro storia in chiave moderna e fantasy? L’andare della narrazione presenta a buon ragione una sorta di velo di superficialità che ricorda le fiabe, quello strascico incantato in cui il tutto pare una metafora deliziosa che s’intarsia d’azioni ed eventi, un tentativo di parlare attraverso figure e immagini. Ma se questa tecnica va bene per i bambini o per chi volesse immergersi consapevolmente in tale magica avventura, non giova se ritrovata in un volume che tende ad essere rivolto a un pubblico giovane, ormai disinteressato alle fiabe ma non ancora pronto a generi più complicati. Nonostante tutto, questo accozzamento di elementi fiabeschi è gestito in modo pessimo, dando a tutto l’aspetto confuso di una coperta patchwork. Per chi avesse visto il film “Parnassus”, potrei paragonarlo un po’ a quell’altro specchio, famoso per ben altre capacità: chi ci entra ci può trovare di tutto, realizzazione diabolica dei propri desideri, non c’è spazio per stupirsi più di tanto, poiché il tutto è pura meraviglia. Ma se in “Parnassus” questa caratteristica ne faceva il suo punto forte, spingendo sul lato grottesco dell’opera e interagendo col subconscio degli spettatori, Reckless lavora in maniera diversa e si preoccupa di dotare il tutto di un nesso logico, finendo per errare.

Una scelta stilistica da criticare è l’associare ogni capitolo a un punto di vista, che spazia fino a raggiungere la soglia di quasi dieci narratori interni che si susseguono senza parvenza di nesso logico. Il punto di vista è sfumato, interviene raramente, tanto da venir riconosciuto solo a capitolo inoltrato, quando comprendi che tutte quelle frasi senza soggetto sono implicitamente riferite al personaggio che ha aperto la narrazione. E a volte capita pure di confondersi: è Clara a parlare, visto che poco fa si narrava di lei, o è Jacob, o magari Volpe… anzi, no, ora che ci rifletto, questo atteggiamento mi sa tipico di Will. Se i personaggi avessero avuto un minimo di profondità, di carattere, anche distinguere un punto di vista dall’altro sarebbe stato molto più semplice.

Lo stile in generale è migliore di quello di tanti scrittori italiani, insito di figure retoriche (specie nella prima parte) che incantano e sanno imprimere bene l’immagine dell’ambiente naturalistico e fatato cui andiamo incontro. Sarà la lingua tedesca che sa lasciare di per sé un’impronta delicata e brillante, piacevole, di cui si può incontrare un altro esempio lampante del “Sangue di Faun” di Nina Blazon, ma le parole vengono usate con perizia e criterio, la punteggiatura non è mai a sproposito e perlopiù competente, i termini ricercati sono inseriti nei punti giusti. Forse, rispetto alla Blazon, la Funke appare più fredda e metodica, restando però comunque una brava scrittrice. Uno stile del genere in mano a un buon narratore farebbe faville, poiché apre innumerevoli opportunità. Scivola liscio come un drappo di seta, e lascia lo stesso sentore morbido e accogliente, una sensazione che sfuma placida e quieta, lentamente.

Un voto finale un po’ strano. La trama ha la sua originalità, cattura insieme allo stile fresco e intrigante, ma è come un diamante ancora tutto da sbozzare, il ritorno del mio canone con cui ho cominciato la recensione: grandi speranze, grande occasione, il tutto sbiadito dietro i difetti che la Funke si porta ancora dietro. Il giudizio è stato a lungo altalenante, indeciso, due cappelli erano troppi, uno e mezzo poco. D’altro canto si nota la buona volontà e il desiderio di scrivere per raccontare e non per racimular monete o raccoglier fama, cosa da apprezzare in un mondo librario dove casi simili diventano sempre più rari. Perciò, bando alle ciance.

Voto: 1 cappello e mezzo + bonus volontà :P

Copia di madhat[9] madhat

Bonus

 

 

Postilla: “L’angolo dell’editor”

Dopo una recensione mi pare doveroso spiegarvi cosa sia l’inforigurgito, o infodump (in inglese) che dir si voglia. Per farlo cito una breve ma concisa spiegazione che ci fornisce Gamberetta:

“L’inforigurgito è l’impellente necessità dell’autore di fornire informazioni al lettore. L’autore si rende conto che il lettore ha bisogno di determinate informazioni per comprendere gli sviluppi della storia, e perciò gliele vomita addosso. Peggio, spesso l’autore crede che le informazioni siano vitali, quando in realtà non lo sono.”

Ora, esistono inforigurgiti e inforigurgiti. Di esempi ne potremmo fare molti, dall’autore che interrompe una scena per narrare come un noioso paragrafo di storia abitudini e guerre di una razza che ha appena introdotto, e che rappresenta in sé l’esempio più molesto, a brevi paragrafi che sono più che altro flashback mal gestiti. Un infodump può esserci presentato in due modi: con un inserto esplicito dell’autore all’interno della narrazione o attraverso il dialogo. Il primo modo risulta noioso, ma facile da utilizzare, e soprattutto non rischia di intaccare la trama. Il dialogo invece, benché riesca a mascherare il fastidio creato dall’infodump, finisce col rendersi inverosimile e talvolta ridicolo, poiché si tratta di informazioni che difficilmente verrebbero scambiate durante una discussione, specie se vengono utilizzati termini che richiamano l’insegnamento scolastico.

Gli inforigurgiti della Funke appartengono alla categoria meno spiacevole, ma la numerosità elevata di essi ne svaluta l’intero romanzo. Qui cito un paragrafo preso dal capitolo 39:

“Hentzau inarcò le sopracciglia. – Speravo che me lo sapessi dire tu. Lo abbiamo catturato cinque anni fa a Blenheim. Doveva costruire un ponte, perché la gente del posto era stufa di farsi divorare dalle lorelei. Già all’epoca il fiume ne era pieno, anche se fa comodo raccontare che ce le ha messe la fata. John Reckless, è così che si faceva chiamare. Portava sempre con sé una foto dei suoi figli. Il nostro re gli aveva fatto costruire una macchina fotografica molto prima che l’idea venisse agli inventori della corte imperiale. Ci ha insegnato molto. Ma chi avrebbe mai detto che un giorno a uno dei suoi figli sarebbe cresciuta una pelle di giada!”

Un altro estratto invece lo troviamo nel capitolo 5:

“– Allora, in che guai ti sei cacciato questa volta? – gli chiese. Dallo sguardo si capiva che pure lui si sarebbe fatto volentieri un goccetto, ma si limitò a versarsi dell’acqua.

In passato, si ubriacava così spesso che Jacob era arrivato al punto di nascondergli le bottiglie, anche se poi Chanute gliele dava di santa ragione. Lo picchiava spesso, anche quando era sobrio… finché un giorno Jacob non gli aveva puntato contro una pistola. Pure nella caverna dell’orco era entrato ubriaco. E se non avesse avuto la vista offuscata dai fumi dell’alcol, non avrebbe perduto il braccio. Ma da allora aveva smesso di bere. Era stato un pessimo surrogato di padre, e Jacob stava sempre sul chi vive quando era in sua compagnia, ma se c’era qualcuno che sapeva come far guarire Will, quello era Albert Chanute.

– Cosa faresti per estirpare le carni di pietra a un tuo amico?”

Nel primo esempio si nota come sia stato cercato di nascondere malamente l’infodump in un dialogo, una sorta di racconto che cerca di riassumere i fatti che il parlante vuole comunicare al ricevente. Nonostante tutto, si tratta di informazioni sconosciute al ricevente, e perciò possono venire recepite come piuttosto verosimili (quanti sono infatti i casi in cui, anche in un film, troviamo un personaggio che racconta qualcosa del genere?), ma resta il fatto che si tratta di un brano alla lunga noioso, e che interrompe la foga della situazione, un momento importante della narrazione in cui viene a galla un particolare sorprendente. Come l’autrice avrebbe potuto mascherare meglio l’inforigurgito? Riflettiamo: si suppone che, a quanto detto, Hentzau conosca John Reckless. E allora perché non citare una frase da lui detta, un episodio particolare che sia direttamente legato con la personalità di Hentzau e ciò che prova? In un dialogo simile la tensione si appiattisce senza speranza di ripresa.

Nel secondo esempio ho volontariamente inserito le battute che precedevano e seguivano l’infodump, per sottolineare come un intervento del genere miri a disintegrare la stabilità e fluidità della storia, risultando talvolta completamente fuori luogo. Infatti dopo l’inserzione in cui scopriamo particolari sorvolabili del passato dei due parlanti, fatichiamo in maniera evidente a riprendere il filo del discorso: in Reckless mi è più volte capitato di essere costretta a rileggere l’ultima battuta prima della divagazione, in modo da ricordarmi di nuovo di cosa si stesse parlando. Se Chanute è un surrogato di padre pessimo, mostramelo, se non ne hai voglia non ne parlare nemmeno, e questo ragionamento si può applicare a un po’ tutti gli interventi simili rintracciabili nel romanzo, che fa degli infodump la sua ragion d’essere e il suo difetto maggiore.

domenica 17 ottobre 2010

PostHeaderIcon Anteprima: Il ragazzo con gli occhi blu




Harris Joanne - RAGAZZOOCCHIBLU
Trama: Blu non è più un bambino cattivo. Ora è un uomo di quarant’anni. Lavora come portiere in un ospedale e vive ancora insieme alla madre in un paese dello Yorkshire. Un’esistenza ordinaria, all’apparenza un po’ monotona. Una vita molto diversa da quella che l’uomo conduce nel mondo virtuale. Blu ha un blog su un sito chiamato “badguysrock”, una community che ha fondato lui stesso, dedicata a tutte le persone cattive. Su internet dà sfogo ai suoi desideri più nascosti, confessa ossessioni di morte, racconta la sua infanzia, quella di un bambino pericolosamente affascinato dal male. Pensieri oscuri che girano attorno a una terribile fantasia, quella di uccidere sua madre. Una donna dura, con cui ha sempre avuto un rapporto carico di misteri. Ma cosa è vero e cosa non lo è? Qual è il confine tra realtà e mondo virtuale? Blu era realmente un bambino malvagio o semplicemente si inventava tutto? Forse l’inquietante Albertine, che condivide con Blu un agghiacciante segreto, lo sa. O forse no. Una cosa è certa: Blu non è quello che sembra. E mentre post dopo post le parole si fanno sempre più sinistre, la violenza cresce pericolosamente. C’è un solo modo per fermarla: scavare nel vero passato di Blu, un passato oscuro, un passato di rivalità e menzogne, il passato di un bambino incompreso, dotato di una sensibilità straordinaria. Fino a svelare il cuore malato di una famiglia profondamente disturbata. Solo così emergeranno le ragioni di un omicidio vecchio di vent’anni…
data di pubblicazione: 28 ottobre 2010
pagine: 450
editore: Garzanti
prezzo: € 18,60
Lo aspetto con ansia, si presenta troppo bene.
La garzanti ha aperto il blog di “blueeyedboy”. Visitatelo se volete incuriosirvi, andate qui.
O se volete notizie succulente e perenni sull’autrice, andate qui.
sabato 9 ottobre 2010

PostHeaderIcon Licia Troisi: Spoiler & Anteprime

Volevo darvi alcune chicche da gustarvi, se come me, amate o amavate Licia Troisi, o comunque se seguite le sue saghe. Aprendo quindi la mia nuova rubrica che già so che non avrà aggiornamento costante, poiché è molto difficile trovare informazioni sulle prossime uscite, ma cercherò comunque di estirparle, o almeno ciò che mi interessa e che penso possa interessare a voi.

Per tutti gli amanti della temeraria coppia Licia Troisi + Paolo Barbieri, dal 26 Ottobre è disponibile “Guerre del Mondo Emerso – Guerrieri e Creature”
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Titolo: Guerre del Mondo Emerso – Guerrieri e Creature
Autori: Licia Troisi, illustrazioni di Paolo Barbieri

Editore: Mondadori

Collana: I Grandi

Data di Pubblicazione: 26 Ottobre 2010

Pagine: 130

Prezzo: 22,00 €



Trama:  Dubhe, la tormentata guerriera contesa tra il Bene e la Gilda degli Assassini; i draghi, le leggendarie creature cavalcate dai combattenti che lottano per la salvezza dell'Impero; la torre di Salazar, la sontuosa capitale della Terra del Vento. Le immagini con cui la fantasia di ognuno ha accompagnato la lettura delle pagine di "Guerre del Mondo Emerso" prendono vita in uno splendido volume illustrato che presenta tutte le creature e i personaggi della saga. Ricche tavole a colori illustrano gli scenari in cui sono ambientate le avventure della trilogia, descrivono i particolari di abiti, armature, equipaggiamenti e artiglieria, e colgono emozioni, caratteri e personalità in suggestivi ritratti. Ogni disegno, realizzato da Paolo Barbieri, è accompagnato da un testo inedito di Licia Troisi che approfondisce la caratterizzazione dei personaggi e dei luoghi.


Questa, bene, era l’anteprima ormai di dominio pubblico. Penso che sia un regalo, e chiamatelo regalo ^^' , bellissimo per tutti gli appassionati di Licia Troisi e delle sue saghe. Questo libro va a fondo, scova e ingrandisce i personaggi e le situazioni che hanno condizionato le Guerre del Mondo Emerso.
OK.
Siete pronti per passare agli Spoiler?
Davvero?
Sicuri?
Allora rullo di tamburi, spariamo qualche petardo.
Bum.
Bum.
Bum.
In anteprima per voi, solo per voi cari lettori del Trio dei Matti, la scheda su “le Leggende del Mondo Emerso - Gli ultimi eroi”. L’attesissimo capitolo conclusivo dell’ultima saga del nostro, o almeno mio, amato Mondo Emerso.
Passiamo quindi, alla scheda, con tanto di anteprima di copertina.


Titolo: Le Leggende del Mondo Emerso, vol 3, “Gli Ultimi Eroi”

Autore: Licia Troisi

Editore: Mondadori

Collana: I Grandi

Data di Pubblicazione: 30 Novembre 2010

Pagine: 464

Prezzo: 18,00 €


Trama: Il Mondo Emerso sembra giunto definitivamente al tramonto. Il morbo che Kryss, il re degli elfi, ha fatto diffondere tra la popolazione ha contaminato ogni villaggio, e l’unico antidoto, una pozione distillata dal sangue di ninfa, non basta a curare tutti i malati.
Mentre ogni speranza sembra perduta, Adhara decide di non opporsi più al proprio destino e di essere fino in fondo Sheireen, la creatura nata per combattere il Marvash, il male assoluto.
Grazie al suo coraggio l’origine del morbo viene infine svelata, e un’innocente sottratta a un immane supplizio. Ma le voci di una nuova, inattesa minaccia iniziano a serpeggiare tra i sopravvissuti, e un attacco di inaudita potenza sembra covare nelle riunioni segrete del re degli elfi e i suoi seguaci.
L’arma che annienterà per sempre il Mondo Emerso sta per abbattersi sulla Terra del Vento, e Adhara dovrà compiere una scelta dolorosa e definitiva, sacrificando alla missione molto più di se stessa.


Piaciuto il regalo? Solo per voi, penso di essere il primo a farvi quest’anteprima, quindi il vostro gattino è come sempre rimpinzito di sorprese. Bene, per ora abbiamo finito qui, quando avrò altre news non esiterò a pubblicarvele, per ora godiamoci queste. Poiché, anche se non è vero, chi si accontenta gode.

Alla prossima!
Chesy
venerdì 8 ottobre 2010

PostHeaderIcon Recensione: Cuore d’Inchiostro

Titolo: Cuore d’Inchiostro
Autore: Cornelia Funke
Editore: Mondadori Oscar Best - Sellers
Prezzo: 10, 00 €
Pagine: 487
Trama: Meggie ama i libri. E li ama moltissimo anche il padre Mo, che però rifiuta di leggerli a voce alta. Se lo facesse, infatti, porterebbe la vita nei libri e i personaggi dei libri alla vita. In una notte crudele lesse "Cuore d'inchiostro" e un malvagio signore dal cuore nero, Capricorno, si liberò dai lacci delle parole per materializzarsi nel suo salotto. In quell'attimo fatale accadde anche qualcosa di più grave: la moglie di Mo scomparve per sempre tra le pagine del libro. E ora il perfido Capricorno cerca Mo per piegare i suoi poteri a perfidi scopi...

Recensione di:  Chesy



Su questo libro c’è molta incertezza, velato dalla nebbia di successo della scrittrice, (acclamata dal pubblico col “Re dei Ladri”), e dal film dell’omonimo libro d’inchiostro, recentemente realizzato e criticato in negativo. Da modesto intenditore mi sento di reputare questo libro un fallimento, un ottimo attacco con idee di base intriganti e accattivanti che avrebbero saputo stregare il lettore a svoltare pagina dopo pagina, assaporarne l’odore e udirne il fruscio. Ma purtroppo non è stato così. Questo libro ha un buon attacco, dopo esso si trascino sull’orlo di un baratro oscuro, un baratro senza fondo che pare non aver mai fine, finisce inspiegabilmente con la voglia di non continuare la saga, la tristezza di aver perso ore e mesi rubati da un avanzare stile rallenty sul fango, e chiedendosi però cosa potrebbe esserci nel prossimo volume: poiché la storia si conclude maestosamente senza lasciar spazio a possibili sequel.

La trama, come ho già accennato, s’apre con un’idea di base interessante però mal sviluppata. Ossia del ‘magico potere’ di Mo, che leggendo ad alta voce riesce a dar vita ai personaggi racchiusi fra le pagine dei libri. Si procede a narrare quindi di fugaci spostamenti per ritrovar un famigerato libro in territorio Italiano, che potrebbe essere la chiave di tutto, scritto dallo  sconosciuto romanziere detto Fenoglio.

Dunque… ehm. Come si dice?

Da un grande potere derivano grandi responsabilità.

E quindi come dovuto cliché ha i suoi effetti collaterali, Mo inghiotte sua moglie dentro un libro mentre altri personaggi ne saltano fuori. In sintesi questo è ciò che ci viene offerto, la ricerca della moglie e di un libro. Così, fra una pagina e l’altra di colla densa e melmosa in cui la lingua incespica e s’impappina di continuo. La Funke ha la brillante idea di introdurre una vecchia conoscenza, un vecchio amico. Ossia, Dita di polvere, ambiguo personaggio che prega Mo di rileggere Cuore d’Inchiostro, così ché esso possa ritornare nel suo mondo.  E forse, devo ammettere che è il personaggio più affascinante, ma ahimè mal gestito.

La storia è narrata in terza persona dal punto di vista di Meggie, personaggio patetico che si potrebbe pure togliere dalla storia se non per lo scialbo finale che in sé pretende un applauso, ma che non avrà mai. Trovo però molto azzeccata la scelta della terza persona, classica ma facilmente gestibile e con meno possibilità di costruire frasi assurde, anche se qua ce ne sono molte eccezioni. Sarà questo libro, ma l’ho preso con molte aspettative che si sono sgretolate dopo i due capitoli, in una noia mortale. Giuro, ho preferito il signore degli anelli che onestamente prende molto di più e almeno qualcosa insegna, questo libro demolisce. C’è chi poi trovandolo bello commette gli stessi errori dell’autrice, come gli odierni scrittori italiani. Che sono, purtroppo, a volte una gran bella delusione. Come Centi, Carlyle, (o Morosinotto che dir si voglia), o ancora Menozzi ed infine il clamoroso declino della Troisi, di cui parleremo in seguito. Ma questa è una patologia prettamente italiana.

Lo stile sorprende a tratti, cerca di far emergere un vocabolo poetico e si conclude laddove inizia il banale. È un abbozzo mal riuscito di qualcosa che poteva essere un buono stile, ma comprime le sue idee per offrire la sua comprensione prolissa, ostentata in maniera orgogliosa e caustica per il lettore. Dunque, se si travalica il limite della finzione, dopo cosa c’è? Leggete questo libro, con attenzione, gustatevelo, osservando la copertina mistica, rileggete la quarta di copertina quando il vostro umore sarà sotto i piedi per farci quattro risate e rimanere increduli, perdetevi quindi in una storia in cui è impossibile non perdersi, come dice il “Times”, che considera quest’autrice La Rowling Tedesca. E lo saprete.

Frattanto qualcosa bussa alla porta, spalancata da una folata di vento, come dev’essere. È Capricorno, l’uomo dal cuore nero e non bianco! Perché bianco è purezza e bene, mentre nero è il male, come alle origini mai svecchiate, come la sporcizia! Proprio come questo libro!

Sporcizia!

Proprio come le illustrazioni all’interno del libro, alla fine dei capitoli, disegnate dall’autrice. Che con un po’ dello scarso impegno d’un bambino d’asilo, potrebbe benissimo disegnarli anche lui. Quindi, a mio dire, l’autrice poteva risparmiarsela. Rendendo un po’ più presentabile il volume.

I personaggi sono burattini di un losco padrone che si muovono nell’incertezza di un mondo avvolto dalle nubi. Un mondo in cui i vecchi diventano giovani e piangono per la libreria bruciata, un luogo dove risuonano ghigni irrisori di un cattivone, o magari brillano i fuochi di un Dita di Polvere circense . Ad esempio, Mo è di carta velina, così fragile nella sua trasparenza, (che se lo metti in controluce vedi gli organi), che si spezza con un grissino.

Sì, come il tonno.

Anche peggio.

Meggie è noiosa, ridondante, piagnucolona. Tutto ciò che si addice a una protagonista – femminile, degna di un fantasy. Ma il fantasy per eccellenza… quello di successo, della grande autrice tedesca (la più grande scrittrice tedesca per ragazzi). Poiché l’unica cosa che è certa è che sia d’origine tedesca, da qui s’intravede l’impronta stilistica che poteva essere un punto forte, un cannone che squarcia una parete, ma che invece rimane là, allo sbaraglio, strascicato dalle onde del fiume, dal flusso della vita risucchiata dalla fogna. La tristezza raggiunge anche i più neri di cuore, come Capricorno, che è cattivo nella sua contentezza, e basta e avanza quindi. Piatto nella sua lucida compostezza, lo definirei un vassoio d’argento dove vedi lineamenti incerti di un personaggio dal ghigno deformato, e dei suoi classici e ignoranti scagnozzi. Messi lì dietro, come Pinco Panco e Panco Pinco, così luridi e viscidi nella demenza del loro riflesso inargentato. Vischiosi, troppo, per riuscire a uscire dalla loro scia: insieme a Cuore d’inchiostro e a cuore nero, ai suoi scagnozzi e al suo villaggio nascosto in una sperduta campagna italiana, v’immergerete nel fantastico mondo d’inchiostro.
Seguono, dunque, colpi di scena alquanto privi di spessore e prevedibili con un pugno di buona intelligenza.

Ed è proprio il finale che lascia stupiti, stupiti di come si possa giungere alla banalità. Stupiti di come sia possibile pensare vero ciò che sempre troppo facile, ora evito di dilungarmi così sperando di non toccare tasti che potrebbero portare a difficile spoiler.

Infine concludo dicendo che è uno dei più brutti libri che abbia mai letto. Nella lista da infuocare, da cremare nella camera ardente! Insieme ad Eragon finisce nella lista per mentecatti, quindi non considero molto la speranza che l’autrice possa diventare una buona scrittrice, benché i presupposti ci siano.

Ma cari amici, avvisandovi che è uscito il nuovo romanzo di quest’autrice, ovvero “Reckless, Lo specchio dei Mondi”, edito da mondadori, non tralascio certo l’idea che vista la trama allettante e il book trailer davvero promettente, non mi lasci di nuovo ingannare. Anzi, è più che sicuro. Quindi, consapevole della mia bontà nel concedere nuova chance alla Funke, vi lascio.

2 code su cinque.


 


 tail votante
 tail votante
venerdì 24 settembre 2010

PostHeaderIcon Recensione: Fallen

 

 

Autore: Lauren Kate

Titolo: Fallen

Genere: Paranormal Romance

Editore: Rizzoli (romanzo)

Prezzo: 17,00€

Pagine: 480

Recensione di: Zia Mad

 

 

 

Fallen è il primo accattivante volume di una saga urban fantasy che ha riscontrato vasto successo nel pubblico adolescente e young adult a cui è rivolta, tant’è che è in corso la produzione da parte di Disney del film omonimo e per il 28 settembre è previsto negli USA il lancio del seguito intitolato Torment. Si pensa che la traduzione italiana verrà pubblicata nei primi mesi del 2011.

Il romanzo narra le vicende di Lucinda Price, dal soprannome di Luce, giovane diciassettenne tormentata (appunto) che, a causa di un incidente in cui ha visto morire il suo precedente ragazzo, viene spedita in una sorta di riformatorio chiamato “Sword & Cross”, un istituto risalente alla Guerra Civile Americana. Il suo passato funesto e le oscure visioni di cui è vittima rendono l’ambientarsi in questa nuova realtà più faticoso e difficile del previsto, poiché alla Sword & Cross non si possono usare cellulari, è proibito il collegamento Internet, ci si veste solo di nero e, cosa ancora più inquietante, si è perennemente posti sotto la sorveglianza di telecamere. Un particolare curioso è il soprannome della protagonista, Luce (che in americano si suppone vada pronunciato “lius” o qualcosa di simile, ma che in italiano, letto così com’è, assume un significato proprio e incantevole), contrapposta alle Ombre che, fin dall’infanzia, vede e interpreta come sintomi di malattia mentale. Successivamente, il romanzo è tutto un accostarsi di tasselli fantasy che spaziano in un universo “angelico” e che, l’uno dopo l’altro, conducono a una rivelazione scottante che si consuma nelle ultime cinquanta pagine del libro. È insomma un romanzo che apre un ciclo e fatica ad entrare nella trama vera a propria, ma che d’altronde fa di questa introduzione il suo pezzo forte.

Ma andiamo con ordine. Fallen parla soprattutto del rapporto di Luce con gli altri ragazzi dell’istituto, tipi loschi e sinistri; ne analizza costumi, quotidianità e modi di fare, approfondisce con occhio critico e al contempo sentimento quelle che sono le personalità ambigue che popolano questo luogo isolato dal mondo. Tale prima parte è la più coinvolgente e interessante, ti permette di immergerti completamente nella narrazione, dove la presunta pazzia di Luce, le sue paure, si mischiano alla follia di punk, gothic, spacconi e personaggi strambi. Chi ha mai letto libri in cui a gestire la storia sono ragazzi di solito allontanati, considerati anormali? Chi ha mai letto un libro in cui si parla di un punk, di un metallaro, se non nelle pagine un po’ noiose e ridonanti di un trattato di musica? Io non ancora. Se voi l’avete fatto, beh, ditemi di quali libri si tratta, così da potermi fiondare a leggerli. Per dirla breve, trovo in questa scelta uno dei punti forti del romanzo, poiché mi sembra quasi che l’autrice abbia saputo inquadrare bene il pensiero e la cultura di queste minoranze sociali spesso sottovalutate o criticate in male, e che invece, come sempre, hanno molto da offrire. Forse più dei comuni mortali che calpestano, come stesse pedine di una scacchiera, queste strade sciapite e tutte uguali.

L’istituto correzionale con cui Luce ha a che fare è una comunità a sé stante, un angolo appartato ove si concentra l’incanto e il timore dello squilibrio; è il posto in cui palestra e piscina sono state inglobate nella vecchia cappella, in cui fai quindi il bagno al cospetto di crocifissi, candele e vetrate, è il posto in cui il cimitero con le sue tetre statue è luogo di pic-nic o punizioni fatte ai primi chiarori dell’alba. L’ambientazione realistica fornisce una spiegazione plausibile, inserendo talvolta elementi storici, a queste bizzarrie, o almeno se ne occupa quel tanto da eliminare dubbi o domande nel lettore e rendere il romanzo quanto più veritiero. Tale veridicità, come in tutte le cose, è destinata a scomparire, a polverizzarsi come un vampiro impalettato o delle rocce erose dall’acqua, il tutto con un processo impetuoso, improvviso, letale.

Gran parte del testo, se non tutto, è narrato dal punto di vista di Luce e, sebbene in terza persona, conserva un linguaggio sciolto e scorrevole, moderno, ma che con termini semplici sa descrivere piuttosto bene luoghi ed emozioni. Tutto questo è strettamente concentrato laddove il romanzo relega l’elemento fantasy nel suo anonimo cantuccio, in cui Fallen può apparire più che altro un volume autoconclusivo dalla piega psicologica e a tratti horror. Quando i fanciulli mettono le ali, poiché è di angeli caduti che si parla, anche lo stile cade un po’ e si confonde nelle sue atmosfere surrealiste. Ma da questo punto di vista non ho nulla da criticare: uno stile nella norma, che non spicca né per apprezzamento né per il suo essere scadente. Di stili simili se ne sono analizzati fin troppo, quindi non mi pare necessario soffermarmi di più.

L’autrice dapprima si limita a mostrare le difficoltà di Luce a inglobarsi nella Sword & Cross, istituto fatiscente, strano, assurdo; mostra come è bello e impossibile legarsi a dei criminali fuori dalla norma, giovani diffidenti, crudeli, incredibilmente affascinanti, che nelle loro particolarità conquistano un posto nelle memorie e nei sogni. Sono i personaggi di contorno, infatti, a rendere la storia indimenticabile: Arriane, la follia fatta persona, quella da cui puoi aspettarti nulla e tutto e a volte anche entrambi insieme; Cam, quello che ti fa battere il cuore e dopo te lo spezza, quello che gioca in maniera impeccabile con le fragili carni della vita; Penn, la “normale”, la dolce e tenera preda di un luogo che le ha strappato la famiglia e quindi, forse straziato dai rimorsi, le ha fornito un rifugio insicuro ove infine troverà la triste pace; Gabbe, la bionda creatura celeste che sa essere antipatica e perfetta, ma che nasconde un animo forte e gentile.

Poi anche Luce comincia a giocare. Cam e Daniel, loro due, gli “innamorati”, un tavolo da ping-pong in cui Luce è la pallina che vaga veloce e incerta sulla direzione da un lato all’altro del tavolo. A volte, cade. Questo libro è tutta una caduta… La trama s’ingarbuglia, scivola giù; quindi, semplicemente, scoppia.

Bum.

Bum.

Bum.

Tre colpi di cannone, tre pugni nello stomaco. Tre eventi che aprono le porte del fantasy di Fallen. La “rivelazione” della predestinazione. La morte. Il tormento. E a questo punto i colpi di prima assumono la loro vera vena onomatopeica:

Cliché.

Cliché.

Cliché.

È una discesa improvvisa, quasi un burrone, in cui Lauren Kate getta tutto quello che ha costruito finora. Era perfetto, o quasi. Poteva inventarsi qualsiasi cosa, chiudere la trama in maniera verosimile, lasciare Luce e tutti gli altri nell’istituto a crogiolarsi in quell’atmosfera gothic-punk incantevole. Ma no, non andava bene. Bisognava aprire le volte del cielo e far casino. Goffa, pessima scelta, a mio parere, forse dettata solo dall’ampia fetta di mercato che il fantasy offre. Nonostante tutto, però, nonostante la forte delusione, lo sbigottimento iniziale al cambio repentino di direzione, la trama mantiene un filo logico, si regge in equilibrio, merita per l’inizio stupendo.

Fallen è due libri separati: il thriller psicologico senza conclusione e l’angelico fantasy privo di ouverture. Di certo il primo avrebbe meritato molto più del secondo di ricongiungersi alla sua parte mancante, ma va da sé che così non sarà. In ogni caso comprerò Torment e tutto ciò che vi seguirà, ormai sono dentro la trama, e voglio sapere come si conclude. Strano a dirsi, ma questo romanzo non mi è scivolato addosso, mi ha saputo lasciare un retrogusto piacevole che ancora, a distanza di quasi un mese dalla prima lettura, mi porto felicemente dietro. In fondo Arriane e Cam restano, nella loro bellezza, meritano di concludere ciò che hanno da dire, e io li starò ad ascoltare.

D’altro canto Luce è sempre più in balia del presente, è mossa dal vento, le foglie parlano per lei, la terra le crea il percorso da seguire, come una buona madre lo frammenta di ostacoli ed errori per lasciare che la sua piccola apprenda le insidie della vita. Luce e Daniel, i veri protagonisti… puntine nell’enorme lavagna della storia, hanno colori spenti, grigiastri, meno appariscenti e affascinanti degli altri. Meno eroi. Perlomeno, anche se protagonista, Luce non dà molto fastidio. La si dimentica in fretta, lascia gran parte del palco ai suoi compagni, sfavillanti di costumi comprati in pensieri e idee, costumi fatti con azione, audacia e grottesca finezza.

La questione amorosa è più prorompente di quanto non si pensi, è legata indissolubilmente alla trama. Fallen… caduta… precipitata nelle braccia di un amore proibito. Una scelta, una condivisione di male e bene, anche stavolta divisi e contrapposti. La fuga contro il tempo: questi i temi del lato fantastico che si presume dominerà anche nei seguenti volumi. Io preferivo quel misto di follia, mistero e ambiguità, il tocco sottile della malattia a fare da sfondo, la forza dell’animo spaurito e scosso. Avrei messo quasi 5 stelle se Lauren Kate avesse mantenuto sempre lo stesso tono dei primi capitoli.

Per finire, il solito plaudere alla grafica: la copertina è di una sensibilità deliziosa e comunicativa, il pianto nel bosco… riflette molto dell’ambientazione, domina gli occhi dei possibili acquirenti col suo magico catturarti e imprigionarti fra le brame oniriche del desiderio. La scritta bianca spicca e ti induce ad aprire il libro e sfogliare le pagine spesse e profumate (spreco di carta, sì, ma anche piacere che sa di lussuria a lungo negata), trovare i titoli dei capitoli nel carattere arcuato ed elegante, fantasticare. Leggere piacevolmente un buon romanzo.

 

Voto: 3 cappelli di ziaCopia di madhatCopia di madhatCopia di madhat

  

lunedì 20 settembre 2010

PostHeaderIcon Pan, notizie dal gatto.

mémoires: *-* _[post dopo lo stress scolastico, in terza per...: "* Ha Pan di Francesco Dimitri. Forse nessuno lo sa, ma lui ama questo scrittore, nel modo più puro. Il libro è in carta riciclata, ciò vuol ..."
giovedì 9 settembre 2010

PostHeaderIcon Amelice

Buonasera a tutti!È il vostro gatto addomesticato che vi saluta con uno scossone della coda fronzuta.Sono qua per annunciarvi che fra poco il nostro amato blog riparte. Siete contenti, eh?Non mi pare proprio.Comunque, andiamo al sodo. Poiché ci sono stati alcuni diverbi dentro il trio, siamo stati costretti ad allontanare (a malincuore e soprattutto consensualmente) la nostra Crylice, scomparsa ormai anche da blogger… Ergo, vorrei salutarla con un sorriso – intriso di una dolce mestizia – a sessantadue dentini acuti. Ci mancherai… sventoliamo tutti il nostro fazzoletto di batista, una nota di malinconia nell’anima.Dunque, abbiamo messo in atto (dopo esser stati consci che la lacerazione sarebbe stata dura a esser lenita) di far rimanere quel che era un trio. Vedo di spiegarmi meglio, nel nostro trio c’è una nuova (simpatica, folle, divertente) arrivata. Costei è Eleanor Amelie Rigby, che s’immergerà pienamente nei panni di Amelice.Ma ora vi lascio alle sue parole e alla sua presentazione!



Bambina dagli occhi ridenti
Dal puro volte sognante,
Ricordi le ore splendenti
Di quell’estate smagliante,
in cui con pupille incantate
udivi racconti di fate?
Muovo qualche passo incerto verso la lunga tavola apparecchiata. Il Cappellaio Matto è seduto, solo, su una sedia in fondo. Sembra sovrappensiero mentre, con lo sguardo a terra, continua a versare in una tazzina scheggiata il suo ottimo, profumato e inesistente thè. Alza d’un tratto il viso e non mostra la minima sorpresa nel rivedermi.
«Amelice» mi chiama, con un’ombra di preoccupazione sul volto, «Cos’hanno in comune un corvo e una scrivania?»
«Non lo so ancora, Cappellaio» ammetto. Lui torna a guardarsi le scarpe, triste.
«Prendi il thè con me, Amelice?» mi domanda, gentile, poco dopo.
«Molto zuccherato» dico di rimando, prendendo posto.
Il Cappellaio mi serve con garbo una tazza vuota.
«Fa’ attenzione, Amelice, scotta» mi avverte, Annuisco senza pensarci. Il Cappellaio mi guarda incuriosito mentre fingo di sorseggiare il mio thè.
«Era molto buono» mi complimento. Lui si stringe nelle spalle, malinconico
«Lo è, ma mi piacerebbe anche cenare, ogni tanto, o far colazione.»
Il tavolo è cosparso di innumerevoli tazzine rotte, taglienti cocci e briciole di biscotti, vecchie teiere sbeccate, piattini in ceramica e dolcetti d’ogni sorta. Di nuovo l’ora del thè. Qui è sempre l’ora del thè.
Guai a litigar col tempo. Se si è in buoni rapporti, gli si può chiedere- per piacere, che sia sempre il tuo compleanno, cosa assai sconveniente per gli altri, ma hai voglia ad aprir doni. Al massimo si rischia un’indigestione di enormi torte con la panna. Per sua disgrazia, il Cappellaio lo aveva offeso tempo addietro, ed eccolo costretto nel limbo tra le cinque e le sei del pomeriggio, all’ora del thè.
Noi uomini del mondo di sopra col Tempo abbiam tagliato ogni legame. Sentiamo sulla pelle e nelle ossa il peso di ogni secondo. Invecchiamo dentro Accade la cosa più ingiusta: i fanciulli divengono adulti.
Oggi il sole è impallidito,
quel ricordo si è smarrito.
«Amelice. Ti sei tagliata i capelli.» osserva il Cappellaio.
Così ora ne ho la conferma: nulla è più come prima.
«Chi ti assicura, Amelice, che i buffi giardinieri di picche non stiano dipingendo col sangue le rose bianche?»
Sussulto spaventata. Mi giro di scatto, il terribile bisbiglio che continua a echeggiare nella mia testa.
Il Gatto del Cheshire è accoccolato su un alto ramo. Come in attesa. Mi ha aspettata per tutto questo tempo? Avevi nove vite. Quante te ne restano?
Ammicca e mette in mostra la lunga fila di dentini affilati, rivolgendomi il suo solito ghigno folle. Poi scompare, poco alla volta. Scompare la sua coda cespugliosa, scompare anche il corpo e scompare il viso. Sbatte le palpebre un’ultima volta. Alla fine resta sospeso solo il suo ghigno. Prende anche il sorriso, e va via.
Il Brucaliffo vola con le sue splendidi ali colorate.
La farfalla che esce dal bozzolo. Nulla è davvero cambiato, eppure tutto le appare diverso: perché è lei l’unica a non essere più la stessa. Io non sono più la stessa.
Non appartengo più a questo posto. Sono cresciuta.
Quel Paese spesso agogno:
la vita cos’è, se non un sogno?


Amelice.
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