Lettori fissi

sabato 9 ottobre 2010

PostHeaderIcon Licia Troisi: Spoiler & Anteprime

Volevo darvi alcune chicche da gustarvi, se come me, amate o amavate Licia Troisi, o comunque se seguite le sue saghe. Aprendo quindi la mia nuova rubrica che già so che non avrà aggiornamento costante, poiché è molto difficile trovare informazioni sulle prossime uscite, ma cercherò comunque di estirparle, o almeno ciò che mi interessa e che penso possa interessare a voi.

Per tutti gli amanti della temeraria coppia Licia Troisi + Paolo Barbieri, dal 26 Ottobre è disponibile “Guerre del Mondo Emerso – Guerrieri e Creature”
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Titolo: Guerre del Mondo Emerso – Guerrieri e Creature
Autori: Licia Troisi, illustrazioni di Paolo Barbieri

Editore: Mondadori

Collana: I Grandi

Data di Pubblicazione: 26 Ottobre 2010

Pagine: 130

Prezzo: 22,00 €



Trama:  Dubhe, la tormentata guerriera contesa tra il Bene e la Gilda degli Assassini; i draghi, le leggendarie creature cavalcate dai combattenti che lottano per la salvezza dell'Impero; la torre di Salazar, la sontuosa capitale della Terra del Vento. Le immagini con cui la fantasia di ognuno ha accompagnato la lettura delle pagine di "Guerre del Mondo Emerso" prendono vita in uno splendido volume illustrato che presenta tutte le creature e i personaggi della saga. Ricche tavole a colori illustrano gli scenari in cui sono ambientate le avventure della trilogia, descrivono i particolari di abiti, armature, equipaggiamenti e artiglieria, e colgono emozioni, caratteri e personalità in suggestivi ritratti. Ogni disegno, realizzato da Paolo Barbieri, è accompagnato da un testo inedito di Licia Troisi che approfondisce la caratterizzazione dei personaggi e dei luoghi.


Questa, bene, era l’anteprima ormai di dominio pubblico. Penso che sia un regalo, e chiamatelo regalo ^^' , bellissimo per tutti gli appassionati di Licia Troisi e delle sue saghe. Questo libro va a fondo, scova e ingrandisce i personaggi e le situazioni che hanno condizionato le Guerre del Mondo Emerso.
OK.
Siete pronti per passare agli Spoiler?
Davvero?
Sicuri?
Allora rullo di tamburi, spariamo qualche petardo.
Bum.
Bum.
Bum.
In anteprima per voi, solo per voi cari lettori del Trio dei Matti, la scheda su “le Leggende del Mondo Emerso - Gli ultimi eroi”. L’attesissimo capitolo conclusivo dell’ultima saga del nostro, o almeno mio, amato Mondo Emerso.
Passiamo quindi, alla scheda, con tanto di anteprima di copertina.


Titolo: Le Leggende del Mondo Emerso, vol 3, “Gli Ultimi Eroi”

Autore: Licia Troisi

Editore: Mondadori

Collana: I Grandi

Data di Pubblicazione: 30 Novembre 2010

Pagine: 464

Prezzo: 18,00 €


Trama: Il Mondo Emerso sembra giunto definitivamente al tramonto. Il morbo che Kryss, il re degli elfi, ha fatto diffondere tra la popolazione ha contaminato ogni villaggio, e l’unico antidoto, una pozione distillata dal sangue di ninfa, non basta a curare tutti i malati.
Mentre ogni speranza sembra perduta, Adhara decide di non opporsi più al proprio destino e di essere fino in fondo Sheireen, la creatura nata per combattere il Marvash, il male assoluto.
Grazie al suo coraggio l’origine del morbo viene infine svelata, e un’innocente sottratta a un immane supplizio. Ma le voci di una nuova, inattesa minaccia iniziano a serpeggiare tra i sopravvissuti, e un attacco di inaudita potenza sembra covare nelle riunioni segrete del re degli elfi e i suoi seguaci.
L’arma che annienterà per sempre il Mondo Emerso sta per abbattersi sulla Terra del Vento, e Adhara dovrà compiere una scelta dolorosa e definitiva, sacrificando alla missione molto più di se stessa.


Piaciuto il regalo? Solo per voi, penso di essere il primo a farvi quest’anteprima, quindi il vostro gattino è come sempre rimpinzito di sorprese. Bene, per ora abbiamo finito qui, quando avrò altre news non esiterò a pubblicarvele, per ora godiamoci queste. Poiché, anche se non è vero, chi si accontenta gode.

Alla prossima!
Chesy
venerdì 8 ottobre 2010

PostHeaderIcon Recensione: Cuore d’Inchiostro

Titolo: Cuore d’Inchiostro
Autore: Cornelia Funke
Editore: Mondadori Oscar Best - Sellers
Prezzo: 10, 00 €
Pagine: 487
Trama: Meggie ama i libri. E li ama moltissimo anche il padre Mo, che però rifiuta di leggerli a voce alta. Se lo facesse, infatti, porterebbe la vita nei libri e i personaggi dei libri alla vita. In una notte crudele lesse "Cuore d'inchiostro" e un malvagio signore dal cuore nero, Capricorno, si liberò dai lacci delle parole per materializzarsi nel suo salotto. In quell'attimo fatale accadde anche qualcosa di più grave: la moglie di Mo scomparve per sempre tra le pagine del libro. E ora il perfido Capricorno cerca Mo per piegare i suoi poteri a perfidi scopi...

Recensione di:  Chesy



Su questo libro c’è molta incertezza, velato dalla nebbia di successo della scrittrice, (acclamata dal pubblico col “Re dei Ladri”), e dal film dell’omonimo libro d’inchiostro, recentemente realizzato e criticato in negativo. Da modesto intenditore mi sento di reputare questo libro un fallimento, un ottimo attacco con idee di base intriganti e accattivanti che avrebbero saputo stregare il lettore a svoltare pagina dopo pagina, assaporarne l’odore e udirne il fruscio. Ma purtroppo non è stato così. Questo libro ha un buon attacco, dopo esso si trascino sull’orlo di un baratro oscuro, un baratro senza fondo che pare non aver mai fine, finisce inspiegabilmente con la voglia di non continuare la saga, la tristezza di aver perso ore e mesi rubati da un avanzare stile rallenty sul fango, e chiedendosi però cosa potrebbe esserci nel prossimo volume: poiché la storia si conclude maestosamente senza lasciar spazio a possibili sequel.

La trama, come ho già accennato, s’apre con un’idea di base interessante però mal sviluppata. Ossia del ‘magico potere’ di Mo, che leggendo ad alta voce riesce a dar vita ai personaggi racchiusi fra le pagine dei libri. Si procede a narrare quindi di fugaci spostamenti per ritrovar un famigerato libro in territorio Italiano, che potrebbe essere la chiave di tutto, scritto dallo  sconosciuto romanziere detto Fenoglio.

Dunque… ehm. Come si dice?

Da un grande potere derivano grandi responsabilità.

E quindi come dovuto cliché ha i suoi effetti collaterali, Mo inghiotte sua moglie dentro un libro mentre altri personaggi ne saltano fuori. In sintesi questo è ciò che ci viene offerto, la ricerca della moglie e di un libro. Così, fra una pagina e l’altra di colla densa e melmosa in cui la lingua incespica e s’impappina di continuo. La Funke ha la brillante idea di introdurre una vecchia conoscenza, un vecchio amico. Ossia, Dita di polvere, ambiguo personaggio che prega Mo di rileggere Cuore d’Inchiostro, così ché esso possa ritornare nel suo mondo.  E forse, devo ammettere che è il personaggio più affascinante, ma ahimè mal gestito.

La storia è narrata in terza persona dal punto di vista di Meggie, personaggio patetico che si potrebbe pure togliere dalla storia se non per lo scialbo finale che in sé pretende un applauso, ma che non avrà mai. Trovo però molto azzeccata la scelta della terza persona, classica ma facilmente gestibile e con meno possibilità di costruire frasi assurde, anche se qua ce ne sono molte eccezioni. Sarà questo libro, ma l’ho preso con molte aspettative che si sono sgretolate dopo i due capitoli, in una noia mortale. Giuro, ho preferito il signore degli anelli che onestamente prende molto di più e almeno qualcosa insegna, questo libro demolisce. C’è chi poi trovandolo bello commette gli stessi errori dell’autrice, come gli odierni scrittori italiani. Che sono, purtroppo, a volte una gran bella delusione. Come Centi, Carlyle, (o Morosinotto che dir si voglia), o ancora Menozzi ed infine il clamoroso declino della Troisi, di cui parleremo in seguito. Ma questa è una patologia prettamente italiana.

Lo stile sorprende a tratti, cerca di far emergere un vocabolo poetico e si conclude laddove inizia il banale. È un abbozzo mal riuscito di qualcosa che poteva essere un buono stile, ma comprime le sue idee per offrire la sua comprensione prolissa, ostentata in maniera orgogliosa e caustica per il lettore. Dunque, se si travalica il limite della finzione, dopo cosa c’è? Leggete questo libro, con attenzione, gustatevelo, osservando la copertina mistica, rileggete la quarta di copertina quando il vostro umore sarà sotto i piedi per farci quattro risate e rimanere increduli, perdetevi quindi in una storia in cui è impossibile non perdersi, come dice il “Times”, che considera quest’autrice La Rowling Tedesca. E lo saprete.

Frattanto qualcosa bussa alla porta, spalancata da una folata di vento, come dev’essere. È Capricorno, l’uomo dal cuore nero e non bianco! Perché bianco è purezza e bene, mentre nero è il male, come alle origini mai svecchiate, come la sporcizia! Proprio come questo libro!

Sporcizia!

Proprio come le illustrazioni all’interno del libro, alla fine dei capitoli, disegnate dall’autrice. Che con un po’ dello scarso impegno d’un bambino d’asilo, potrebbe benissimo disegnarli anche lui. Quindi, a mio dire, l’autrice poteva risparmiarsela. Rendendo un po’ più presentabile il volume.

I personaggi sono burattini di un losco padrone che si muovono nell’incertezza di un mondo avvolto dalle nubi. Un mondo in cui i vecchi diventano giovani e piangono per la libreria bruciata, un luogo dove risuonano ghigni irrisori di un cattivone, o magari brillano i fuochi di un Dita di Polvere circense . Ad esempio, Mo è di carta velina, così fragile nella sua trasparenza, (che se lo metti in controluce vedi gli organi), che si spezza con un grissino.

Sì, come il tonno.

Anche peggio.

Meggie è noiosa, ridondante, piagnucolona. Tutto ciò che si addice a una protagonista – femminile, degna di un fantasy. Ma il fantasy per eccellenza… quello di successo, della grande autrice tedesca (la più grande scrittrice tedesca per ragazzi). Poiché l’unica cosa che è certa è che sia d’origine tedesca, da qui s’intravede l’impronta stilistica che poteva essere un punto forte, un cannone che squarcia una parete, ma che invece rimane là, allo sbaraglio, strascicato dalle onde del fiume, dal flusso della vita risucchiata dalla fogna. La tristezza raggiunge anche i più neri di cuore, come Capricorno, che è cattivo nella sua contentezza, e basta e avanza quindi. Piatto nella sua lucida compostezza, lo definirei un vassoio d’argento dove vedi lineamenti incerti di un personaggio dal ghigno deformato, e dei suoi classici e ignoranti scagnozzi. Messi lì dietro, come Pinco Panco e Panco Pinco, così luridi e viscidi nella demenza del loro riflesso inargentato. Vischiosi, troppo, per riuscire a uscire dalla loro scia: insieme a Cuore d’inchiostro e a cuore nero, ai suoi scagnozzi e al suo villaggio nascosto in una sperduta campagna italiana, v’immergerete nel fantastico mondo d’inchiostro.
Seguono, dunque, colpi di scena alquanto privi di spessore e prevedibili con un pugno di buona intelligenza.

Ed è proprio il finale che lascia stupiti, stupiti di come si possa giungere alla banalità. Stupiti di come sia possibile pensare vero ciò che sempre troppo facile, ora evito di dilungarmi così sperando di non toccare tasti che potrebbero portare a difficile spoiler.

Infine concludo dicendo che è uno dei più brutti libri che abbia mai letto. Nella lista da infuocare, da cremare nella camera ardente! Insieme ad Eragon finisce nella lista per mentecatti, quindi non considero molto la speranza che l’autrice possa diventare una buona scrittrice, benché i presupposti ci siano.

Ma cari amici, avvisandovi che è uscito il nuovo romanzo di quest’autrice, ovvero “Reckless, Lo specchio dei Mondi”, edito da mondadori, non tralascio certo l’idea che vista la trama allettante e il book trailer davvero promettente, non mi lasci di nuovo ingannare. Anzi, è più che sicuro. Quindi, consapevole della mia bontà nel concedere nuova chance alla Funke, vi lascio.

2 code su cinque.


 


 tail votante
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venerdì 24 settembre 2010

PostHeaderIcon Recensione: Fallen

 

 

Autore: Lauren Kate

Titolo: Fallen

Genere: Paranormal Romance

Editore: Rizzoli (romanzo)

Prezzo: 17,00€

Pagine: 480

Recensione di: Zia Mad

 

 

 

Fallen è il primo accattivante volume di una saga urban fantasy che ha riscontrato vasto successo nel pubblico adolescente e young adult a cui è rivolta, tant’è che è in corso la produzione da parte di Disney del film omonimo e per il 28 settembre è previsto negli USA il lancio del seguito intitolato Torment. Si pensa che la traduzione italiana verrà pubblicata nei primi mesi del 2011.

Il romanzo narra le vicende di Lucinda Price, dal soprannome di Luce, giovane diciassettenne tormentata (appunto) che, a causa di un incidente in cui ha visto morire il suo precedente ragazzo, viene spedita in una sorta di riformatorio chiamato “Sword & Cross”, un istituto risalente alla Guerra Civile Americana. Il suo passato funesto e le oscure visioni di cui è vittima rendono l’ambientarsi in questa nuova realtà più faticoso e difficile del previsto, poiché alla Sword & Cross non si possono usare cellulari, è proibito il collegamento Internet, ci si veste solo di nero e, cosa ancora più inquietante, si è perennemente posti sotto la sorveglianza di telecamere. Un particolare curioso è il soprannome della protagonista, Luce (che in americano si suppone vada pronunciato “lius” o qualcosa di simile, ma che in italiano, letto così com’è, assume un significato proprio e incantevole), contrapposta alle Ombre che, fin dall’infanzia, vede e interpreta come sintomi di malattia mentale. Successivamente, il romanzo è tutto un accostarsi di tasselli fantasy che spaziano in un universo “angelico” e che, l’uno dopo l’altro, conducono a una rivelazione scottante che si consuma nelle ultime cinquanta pagine del libro. È insomma un romanzo che apre un ciclo e fatica ad entrare nella trama vera a propria, ma che d’altronde fa di questa introduzione il suo pezzo forte.

Ma andiamo con ordine. Fallen parla soprattutto del rapporto di Luce con gli altri ragazzi dell’istituto, tipi loschi e sinistri; ne analizza costumi, quotidianità e modi di fare, approfondisce con occhio critico e al contempo sentimento quelle che sono le personalità ambigue che popolano questo luogo isolato dal mondo. Tale prima parte è la più coinvolgente e interessante, ti permette di immergerti completamente nella narrazione, dove la presunta pazzia di Luce, le sue paure, si mischiano alla follia di punk, gothic, spacconi e personaggi strambi. Chi ha mai letto libri in cui a gestire la storia sono ragazzi di solito allontanati, considerati anormali? Chi ha mai letto un libro in cui si parla di un punk, di un metallaro, se non nelle pagine un po’ noiose e ridonanti di un trattato di musica? Io non ancora. Se voi l’avete fatto, beh, ditemi di quali libri si tratta, così da potermi fiondare a leggerli. Per dirla breve, trovo in questa scelta uno dei punti forti del romanzo, poiché mi sembra quasi che l’autrice abbia saputo inquadrare bene il pensiero e la cultura di queste minoranze sociali spesso sottovalutate o criticate in male, e che invece, come sempre, hanno molto da offrire. Forse più dei comuni mortali che calpestano, come stesse pedine di una scacchiera, queste strade sciapite e tutte uguali.

L’istituto correzionale con cui Luce ha a che fare è una comunità a sé stante, un angolo appartato ove si concentra l’incanto e il timore dello squilibrio; è il posto in cui palestra e piscina sono state inglobate nella vecchia cappella, in cui fai quindi il bagno al cospetto di crocifissi, candele e vetrate, è il posto in cui il cimitero con le sue tetre statue è luogo di pic-nic o punizioni fatte ai primi chiarori dell’alba. L’ambientazione realistica fornisce una spiegazione plausibile, inserendo talvolta elementi storici, a queste bizzarrie, o almeno se ne occupa quel tanto da eliminare dubbi o domande nel lettore e rendere il romanzo quanto più veritiero. Tale veridicità, come in tutte le cose, è destinata a scomparire, a polverizzarsi come un vampiro impalettato o delle rocce erose dall’acqua, il tutto con un processo impetuoso, improvviso, letale.

Gran parte del testo, se non tutto, è narrato dal punto di vista di Luce e, sebbene in terza persona, conserva un linguaggio sciolto e scorrevole, moderno, ma che con termini semplici sa descrivere piuttosto bene luoghi ed emozioni. Tutto questo è strettamente concentrato laddove il romanzo relega l’elemento fantasy nel suo anonimo cantuccio, in cui Fallen può apparire più che altro un volume autoconclusivo dalla piega psicologica e a tratti horror. Quando i fanciulli mettono le ali, poiché è di angeli caduti che si parla, anche lo stile cade un po’ e si confonde nelle sue atmosfere surrealiste. Ma da questo punto di vista non ho nulla da criticare: uno stile nella norma, che non spicca né per apprezzamento né per il suo essere scadente. Di stili simili se ne sono analizzati fin troppo, quindi non mi pare necessario soffermarmi di più.

L’autrice dapprima si limita a mostrare le difficoltà di Luce a inglobarsi nella Sword & Cross, istituto fatiscente, strano, assurdo; mostra come è bello e impossibile legarsi a dei criminali fuori dalla norma, giovani diffidenti, crudeli, incredibilmente affascinanti, che nelle loro particolarità conquistano un posto nelle memorie e nei sogni. Sono i personaggi di contorno, infatti, a rendere la storia indimenticabile: Arriane, la follia fatta persona, quella da cui puoi aspettarti nulla e tutto e a volte anche entrambi insieme; Cam, quello che ti fa battere il cuore e dopo te lo spezza, quello che gioca in maniera impeccabile con le fragili carni della vita; Penn, la “normale”, la dolce e tenera preda di un luogo che le ha strappato la famiglia e quindi, forse straziato dai rimorsi, le ha fornito un rifugio insicuro ove infine troverà la triste pace; Gabbe, la bionda creatura celeste che sa essere antipatica e perfetta, ma che nasconde un animo forte e gentile.

Poi anche Luce comincia a giocare. Cam e Daniel, loro due, gli “innamorati”, un tavolo da ping-pong in cui Luce è la pallina che vaga veloce e incerta sulla direzione da un lato all’altro del tavolo. A volte, cade. Questo libro è tutta una caduta… La trama s’ingarbuglia, scivola giù; quindi, semplicemente, scoppia.

Bum.

Bum.

Bum.

Tre colpi di cannone, tre pugni nello stomaco. Tre eventi che aprono le porte del fantasy di Fallen. La “rivelazione” della predestinazione. La morte. Il tormento. E a questo punto i colpi di prima assumono la loro vera vena onomatopeica:

Cliché.

Cliché.

Cliché.

È una discesa improvvisa, quasi un burrone, in cui Lauren Kate getta tutto quello che ha costruito finora. Era perfetto, o quasi. Poteva inventarsi qualsiasi cosa, chiudere la trama in maniera verosimile, lasciare Luce e tutti gli altri nell’istituto a crogiolarsi in quell’atmosfera gothic-punk incantevole. Ma no, non andava bene. Bisognava aprire le volte del cielo e far casino. Goffa, pessima scelta, a mio parere, forse dettata solo dall’ampia fetta di mercato che il fantasy offre. Nonostante tutto, però, nonostante la forte delusione, lo sbigottimento iniziale al cambio repentino di direzione, la trama mantiene un filo logico, si regge in equilibrio, merita per l’inizio stupendo.

Fallen è due libri separati: il thriller psicologico senza conclusione e l’angelico fantasy privo di ouverture. Di certo il primo avrebbe meritato molto più del secondo di ricongiungersi alla sua parte mancante, ma va da sé che così non sarà. In ogni caso comprerò Torment e tutto ciò che vi seguirà, ormai sono dentro la trama, e voglio sapere come si conclude. Strano a dirsi, ma questo romanzo non mi è scivolato addosso, mi ha saputo lasciare un retrogusto piacevole che ancora, a distanza di quasi un mese dalla prima lettura, mi porto felicemente dietro. In fondo Arriane e Cam restano, nella loro bellezza, meritano di concludere ciò che hanno da dire, e io li starò ad ascoltare.

D’altro canto Luce è sempre più in balia del presente, è mossa dal vento, le foglie parlano per lei, la terra le crea il percorso da seguire, come una buona madre lo frammenta di ostacoli ed errori per lasciare che la sua piccola apprenda le insidie della vita. Luce e Daniel, i veri protagonisti… puntine nell’enorme lavagna della storia, hanno colori spenti, grigiastri, meno appariscenti e affascinanti degli altri. Meno eroi. Perlomeno, anche se protagonista, Luce non dà molto fastidio. La si dimentica in fretta, lascia gran parte del palco ai suoi compagni, sfavillanti di costumi comprati in pensieri e idee, costumi fatti con azione, audacia e grottesca finezza.

La questione amorosa è più prorompente di quanto non si pensi, è legata indissolubilmente alla trama. Fallen… caduta… precipitata nelle braccia di un amore proibito. Una scelta, una condivisione di male e bene, anche stavolta divisi e contrapposti. La fuga contro il tempo: questi i temi del lato fantastico che si presume dominerà anche nei seguenti volumi. Io preferivo quel misto di follia, mistero e ambiguità, il tocco sottile della malattia a fare da sfondo, la forza dell’animo spaurito e scosso. Avrei messo quasi 5 stelle se Lauren Kate avesse mantenuto sempre lo stesso tono dei primi capitoli.

Per finire, il solito plaudere alla grafica: la copertina è di una sensibilità deliziosa e comunicativa, il pianto nel bosco… riflette molto dell’ambientazione, domina gli occhi dei possibili acquirenti col suo magico catturarti e imprigionarti fra le brame oniriche del desiderio. La scritta bianca spicca e ti induce ad aprire il libro e sfogliare le pagine spesse e profumate (spreco di carta, sì, ma anche piacere che sa di lussuria a lungo negata), trovare i titoli dei capitoli nel carattere arcuato ed elegante, fantasticare. Leggere piacevolmente un buon romanzo.

 

Voto: 3 cappelli di ziaCopia di madhatCopia di madhatCopia di madhat

  

lunedì 20 settembre 2010

PostHeaderIcon Pan, notizie dal gatto.

mémoires: *-* _[post dopo lo stress scolastico, in terza per...: "* Ha Pan di Francesco Dimitri. Forse nessuno lo sa, ma lui ama questo scrittore, nel modo più puro. Il libro è in carta riciclata, ciò vuol ..."
giovedì 9 settembre 2010

PostHeaderIcon Amelice

Buonasera a tutti!È il vostro gatto addomesticato che vi saluta con uno scossone della coda fronzuta.Sono qua per annunciarvi che fra poco il nostro amato blog riparte. Siete contenti, eh?Non mi pare proprio.Comunque, andiamo al sodo. Poiché ci sono stati alcuni diverbi dentro il trio, siamo stati costretti ad allontanare (a malincuore e soprattutto consensualmente) la nostra Crylice, scomparsa ormai anche da blogger… Ergo, vorrei salutarla con un sorriso – intriso di una dolce mestizia – a sessantadue dentini acuti. Ci mancherai… sventoliamo tutti il nostro fazzoletto di batista, una nota di malinconia nell’anima.Dunque, abbiamo messo in atto (dopo esser stati consci che la lacerazione sarebbe stata dura a esser lenita) di far rimanere quel che era un trio. Vedo di spiegarmi meglio, nel nostro trio c’è una nuova (simpatica, folle, divertente) arrivata. Costei è Eleanor Amelie Rigby, che s’immergerà pienamente nei panni di Amelice.Ma ora vi lascio alle sue parole e alla sua presentazione!



Bambina dagli occhi ridenti
Dal puro volte sognante,
Ricordi le ore splendenti
Di quell’estate smagliante,
in cui con pupille incantate
udivi racconti di fate?
Muovo qualche passo incerto verso la lunga tavola apparecchiata. Il Cappellaio Matto è seduto, solo, su una sedia in fondo. Sembra sovrappensiero mentre, con lo sguardo a terra, continua a versare in una tazzina scheggiata il suo ottimo, profumato e inesistente thè. Alza d’un tratto il viso e non mostra la minima sorpresa nel rivedermi.
«Amelice» mi chiama, con un’ombra di preoccupazione sul volto, «Cos’hanno in comune un corvo e una scrivania?»
«Non lo so ancora, Cappellaio» ammetto. Lui torna a guardarsi le scarpe, triste.
«Prendi il thè con me, Amelice?» mi domanda, gentile, poco dopo.
«Molto zuccherato» dico di rimando, prendendo posto.
Il Cappellaio mi serve con garbo una tazza vuota.
«Fa’ attenzione, Amelice, scotta» mi avverte, Annuisco senza pensarci. Il Cappellaio mi guarda incuriosito mentre fingo di sorseggiare il mio thè.
«Era molto buono» mi complimento. Lui si stringe nelle spalle, malinconico
«Lo è, ma mi piacerebbe anche cenare, ogni tanto, o far colazione.»
Il tavolo è cosparso di innumerevoli tazzine rotte, taglienti cocci e briciole di biscotti, vecchie teiere sbeccate, piattini in ceramica e dolcetti d’ogni sorta. Di nuovo l’ora del thè. Qui è sempre l’ora del thè.
Guai a litigar col tempo. Se si è in buoni rapporti, gli si può chiedere- per piacere, che sia sempre il tuo compleanno, cosa assai sconveniente per gli altri, ma hai voglia ad aprir doni. Al massimo si rischia un’indigestione di enormi torte con la panna. Per sua disgrazia, il Cappellaio lo aveva offeso tempo addietro, ed eccolo costretto nel limbo tra le cinque e le sei del pomeriggio, all’ora del thè.
Noi uomini del mondo di sopra col Tempo abbiam tagliato ogni legame. Sentiamo sulla pelle e nelle ossa il peso di ogni secondo. Invecchiamo dentro Accade la cosa più ingiusta: i fanciulli divengono adulti.
Oggi il sole è impallidito,
quel ricordo si è smarrito.
«Amelice. Ti sei tagliata i capelli.» osserva il Cappellaio.
Così ora ne ho la conferma: nulla è più come prima.
«Chi ti assicura, Amelice, che i buffi giardinieri di picche non stiano dipingendo col sangue le rose bianche?»
Sussulto spaventata. Mi giro di scatto, il terribile bisbiglio che continua a echeggiare nella mia testa.
Il Gatto del Cheshire è accoccolato su un alto ramo. Come in attesa. Mi ha aspettata per tutto questo tempo? Avevi nove vite. Quante te ne restano?
Ammicca e mette in mostra la lunga fila di dentini affilati, rivolgendomi il suo solito ghigno folle. Poi scompare, poco alla volta. Scompare la sua coda cespugliosa, scompare anche il corpo e scompare il viso. Sbatte le palpebre un’ultima volta. Alla fine resta sospeso solo il suo ghigno. Prende anche il sorriso, e va via.
Il Brucaliffo vola con le sue splendidi ali colorate.
La farfalla che esce dal bozzolo. Nulla è davvero cambiato, eppure tutto le appare diverso: perché è lei l’unica a non essere più la stessa. Io non sono più la stessa.
Non appartengo più a questo posto. Sono cresciuta.
Quel Paese spesso agogno:
la vita cos’è, se non un sogno?


Amelice.
mercoledì 25 agosto 2010

PostHeaderIcon Recensione: Beautiful Malice




Autore: Rebecca James


Titolo: Beautiful Malice


Editore: Einaudi (Stile Libero Big)


Prezzo: 17,50 €


Pagine: 296










Recensione di: Chesy & Zia Mad





Un po’ tutti avrete sentito almeno nominare questo romanzo, considerato il caso editoriale dell’anno e tanto conteso dalle case editrici alla Fiera del Libro di Francoforte, tanto che siete stati proprio voi lettori a chiederci una recensione sul romanzo. Perciò, prima di cominciare, per quei pochi che non hanno ancora un’idea precisa del romanzo in questione, vi riportiamo a un articolo piuttosto esaustivo (e anche breve) in proposito.
È un libro moderno, o quantomeno è quello che esso cerca di fingersi, poiché sotto la sua maschera si cela ben altro. È una storiella così, campata in aria, e lì resta per tutto il seguito della narrazione. Forse è proprio questo che dà fastidio al lettore: la viscidità delle parole, della storia in sé, di una finta “morale” che scivola come un drappo di seta e se ne va via. Non lascia nemmeno un briciolo del suo fascino, benché, d’altronde, scrutando attentamente, non ne ha nemmeno un filamento. Tale fascino viene inevitabilmente corroso, solo questo. È un retrogusto che stranamente può sapere di cenere.
È un libro di quelli che devi assorbire tutti d’un fiato, altrimenti rischi di non arrivare a finirlo, e portartelo come un peso per troppo tempo che, ovviamente, avresti potuto dedicare a letture migliori. È un libro di quelli che, una volta finiti, necessitano di alcuni minuti (minuto più, minuto meno; insomma la quantità di tempo necessaria a ciascuno di noi) per accusare il colpo e fare in modo che si riesca a darne un giudizio piuttosto soggettivo, non più suggestionato dalle voci che ne parlano in giro, ma totalmente sottomesso a ciò che noi consideriamo la realtà dei fatti. È, come tutti, un libro con i suoi pro e i suoi contro, e sarà nostro impegno esaminarli uno per uno.
La trama ricorda vagamente i soliti telefilm americani, è ricca, direi quasi rimpinzata come un panino, di cliché e situazioni comuni che si possono trovare in qualsiasi luogo di questo piccolo mondo. I personaggi sono stereotipati, e più che altro cercano, in maniera che a volte risulta anche un po’ goffa, di inquadrare la società odierna. Sebbene la critica ad essa sia sommessa, quasi impercettibile (la scrittrice si limita a raccontare i fatti, quasi che le circostanze fossero solo i casi più favorevoli a far accomodare per bene la sua storia), sono proprio gli errori nelle azioni di questi burattini australiani a infastidire il lettore. Come quando in una partita di calcio si prende a rimproverare il calciatore, nonostante sia impossibile che egli ci senta o solo si accorga di noi, si è portati a pensare come sarebbe stato facile se solo si fosse agito in una maniera più “giusta”. Ecco, venire immersi in questa realtà di merda lascia sbigottiti, i difetti vengono a galla, gli episodi diventano man mano più tragici e insulsi. Non tanto banali, quanto idioti.
E come in uno di quei telefilm, il tutto viene diretto ad un pubblico sano per mutargli segretamente il cervello in qualcosa di demenziale e che si lascia abbindolare, in qualcosa di ipnotico e assurdo. E man mano che questo traspare, ci si trova davanti a una di quelle soap-opere fastidiose, ove da una puntata all’altra tutto si stravolge in ridicolo, cade nel precipizio. Si capisce, infine, che non se ne può più esserne sconvolti, ma si è consapevoli che alla prossima voltata di pagina gli occhi verranno sgranati nuovamente per ammirare l’idiozia di un mondo reale.
Spesso si tende a immergersi completamente in una storia, benché essa possa essere un fantasy o una science-fiction e quindi lontana dalla percezione comune, e perciò si assorbe come una spugna l’atmosfera che si vive nel libro, con il rischio che essa finisca per traboccare e lasciare le sue macchie nel mondo. E quindi un po’ spiace partecipare a una trama così, senza nulla che lasci qualcosa di duraturo e gradevole, senza nulla che sia altro ad eccezione di un moto di scossa per gli eventi finali e un’indifferenza che si fa sempre più forte. Indifferenza che poi ha il sopravvento, e non ti permette di giudicare il romanzo né una lettura piacevole (poiché ciò che viene narrato all’interno non può assolutamente considerarsi tale), né uno di quei romanzi che sanno, per quanto “dolorosi”, lasciare un’impronta nel tuo animo di lettore.
Certo, nella sua banalità, nel suo ritratto specifico dei lati più meschini della natura umana, in fin dei conti suscita alcune riflessioni. Riflessioni concentrate sul valore della morte di una persona cara (e qua, per evitare spoiler, la Zia si trova costretta a tacere; e no, non è la sorella della protagonista, se state pensando questo), o del confronto, dell’assurda stupidità della protagonista, capace di affrontare il dolore nei suoi molteplici aspetti solo nel modo più ingrato. Quindi soffrendo, senza limiti, anche a distanza di tempo, inondando le pagine del libro con i suoi rimorsi e le sue continue citazioni agli eventi spiacevoli che le hanno sconvolto la vita. Citazioni pesanti e inutili ai fini della storia e che, se raggruppate tutte, formerebbero un intero capitolo dickensiano da buttare… ehm… da qualche parte. E per dickensiano, riferendomi a coloro che ancora non hanno letto nulla di lui, s’intende fino ad arrivare a circa 30 pagine scritte tutte fitto fitto. Tolte queste, del romanzo della James non rimarrebbe che un racconto lungo.
Concentrandoci un po’ più sulle riflessioni che porta il libro, e che sono uno dei suoi pregi più evidenti,la Zia avrebbe qualcosa da dire. Non tanto per accanirmi proprio con l’autrice, ma qualsiasi romanzo, riportando tematiche tali, può essere capace di suscitare circuiti di pensiero nel lettore, e magari con tanto di qualità insite in più. Poi, le opinioni riportate dalla protagonista sembrano quasi frasi costruite nell’aria: non so e non pretendo di sapere se l’autrice, nello scrivere, si sia rifatta a vicende familiari o che in qualche maniera la coinvolgono, ma ho sempre ritenuto che sia un po’ come impicciarsi negli affari degli altri scrivere di dolori altrui. C’è chi lo fa bene (perfettamente, azzarderei, ripensando appena ad Hosseini), chi benino come la James, ma resta sempre quell’amaro di fondo in cui dici: “cavolo, questo mi è davvero capitato, ma io non ho reagito così. Anzi.” Anzi… è come confrontarsi con un fantasma. Ti viene descritto il dolore di qualcosa che non c’è, o meglio non c’è più.
La James cerca di iniettare nella storia svagate situazioni, cerca di far riflettere sul dolore, e se si può essere felici di una morte. E tutto è stranamente confuso, non potendo essere altro... La protagonista porta la sua vita che è insita di morte come un gran fardello insopportabile, ne condisce causticamente le pagine, tanto che è impossibile trovarne una in cui Katherine non ne faccia riferimento e non si pianga addosso. L’esistenza di Katherine Patterson viene quindi scossa da un individuo, che strascica la sua lingua velenosa da dietro, che si specchia ad occhi incomprensibilmente opachi, incapaci di in distinguere la personalità ambigua, con cui la James si diverte ad appiattire il tutto.
Forse è proprio questo il mezzo pregio della storia. I personaggi appaiono marionette, né più e né meno, s’abbigliano della nostra civiltà e si specchiano in noi. Chesy li definirebbe quasi giovani deformanti, un abbozzo mal riuscito, un quadro stropicciato per cercarne la fosca e lurida perfezione.
Un comportamento quasi istintivo di ogni lettore è quello di affezionarsi a un personaggio, e in un certo qual modo parteggiare per lui durante la sua corsa fra le pagine del libro. Bene, con Beautiful Malice ciò non è capitato. Ogni personaggio ha il suo difetto che te lo fa odiare distintamente, o che comunque te lo rende o antipatico o semplicemente indifferente. Rachel è un’ingenua, Alice una perversa; Katherine è stupida, Robbie insensato, e così via per tutte le comparse del romanzo. D’altra parte, e qui c’è una nota amara, sai di riconoscerti in ognuno di essi, sia per i difetti che per delle azioni che ritrovi vergognosamente nel tuo passato.
Qua si scade nell’inverosimile, l’inverosimile del nostro telefilm che gioca a sostenere castelli in aria e quindi ipotesi che lasciano senza fiato, finendo per far appunto sfracellare la sabbia, non più sostenuta dall’assenza di gravità di un’Australia innocente rispetto all’aberrante trama imbastita da mani ancora fin troppo esordienti. E tutto si rivela stilla per stilla, fino a quando arrivi a una certa pagina (pagina 200 o giù di lì, per essere precisi), in cui le pagine si scollano dal dorso e cascano anormalmente in terra. Tanto che pensi sia stato tu a provocarlo, ma poi t’accorgi che è proprio un difetto della casa Einaudi. Irrimediabilmente non ricomponibili, i fogli voleranno appena il vento spirerà più forte, serbando l’odio intrinseco per la storia. E parliamo sul serio, quando diciamo che le pagine si stacchino, nel vero senso della parola, e che il dorso si abrasi del tutto da lì in poi. Evento capitato alla Zia tanto quanto a Chesy.
Quando finalmente l’attenzione cresce, si nota ed è evidente che la James si annoi nello scrivere. Poiché le parti più congeniali alla storia vengono saltate misteriosamente, finendo poi come feti abortiti in un limbo che ti lascia lo scialbo desiderio di sapere cosa sia esattamente successo. Nel frattempo pure Alice, accompagnata dalle parti mai scritte, saltante balza in modo oscuro nel canale di scolo e si fa investire.
Poi c’è la questione dell’amicizia: dal sottotitolo pare che sia il fulcro di tutta la narrazione, ma leggendo quasi quasi ti viene da pensare che non sia così. È palese, e tale convinzione aumenta più ci si avvicina alla conclusione, che Alice non sia propriamente un’amica, sia per il suo carattere instabile e forse anche malato, sia per qualche oscuro motivo che la spinge ad essere così abominevolmente accanita contro la protagonista. Insomma, di riflessioni sull’amicizia non ce ne sono poi così tante, né esse vengono imposte al lettore: l’amicizia di Beautiful Malice è corrotta in ogni sua sfaccettatura, così come ogni rapporto della società moderna d’altronde, e quindi si è spinti a rigettarla in un angolo e a non pensarci più di tanto.
L’amicizia, ovvero il sottotitolo di sfondo, dovrebbe giocare un ruolo importante. Si legge “L’amicizia può uccidere”. Ma se volete la cruda verità, questa gioca l’ultimo ruolo della nostra amata soap-opera, una base musicale in sottofondo che pare allietare il lettore, quando invece è proprio questa che ne induce a far attecchire il fuoco al romanzo.
Alice Parrie, dall’alto, saluta.
E da che la tacita e timida Katherine voglia mantenere il silenzio sul suo oscuro passato, sapendo che questo l’avrebbe potuta portare in luoghi sconosciuti, incurante spiattella comunque tutto stravolgendo il suo carattere drasticamente, in maniera a dir poco irreale. D’altro canto si vive in un mondo onirico, dove il viaggio può portarti alla scoperta di nuove cose, tipo l’amicizia che… ehm.. è talmente ripugnante che la considereremmo un obbrobrio all’essere, perché è qui che l’animo umano si rende ingenuo… ma ingenuo lo si può essere fino a un certo punto, e gli eccessi fanno sempre male. Invero l’eccesso di Katherine viene pagato amaramente.
Lo stile della James è semplice, come si addice a uno scritto in prima persona dal punto di vista della giovane Katherine. Le frasi sono nette e brevi, permettono una lettura veloce, cosa che fa scorrere il libro anche quando la trama può apparire piuttosto statica sul livello narrativo.
Il libro è molto dialogato, e forse questo è un pregio del romanzo, perché non annoia. Però le mancanze si fanno notare anche qui. Sembra quasi che i personaggi abbiano tutti la stessa voce, o perlomeno lo stesso modo di parlare, così come le espressioni dei volti paiono prese con lo stampino. Questo perché troviamo espressioni giovanili in bocca a una madre di mezza età, e sempre dagli adulti traspare un linguaggio eccessivamente confusionario. Lo stesso che per di più viene usato da alcuni ragazzi ubriachi, la cui unica caratteristica che aiuta a distinguerli da altri è che essi hanno una voce “lenta e impastata”, come se stessero cercando di ingoiare… nutella?
Inoltre, tutt’a un tratto, si può incappare in termini eccessivamente eleganti e complessi per la situazione, che stonano con tutto il resto. Non si pretende che l’autrice sappia dare una sfumatura diversa a ogni parlata dei personaggi, ma che almeno riesca a distinguere le fasce di età e affibbiare un lessico più adatto all’evenienza.
Un altro aspetto fastidioso è la punteggiatura, usata malamente nonostante ci troviamo ad avere a che fare con periodi semplicistici. Perché la James frammenta osticamente le frasi. Mette virgole che non avrebbero il minimo bisogno di rimanere in quella valle già fin troppo occupata, e potrebbero benissimo andare a scorrazzare da altre parti. Verso luoghi affascinanti e alquanto inesistenti.
In compenso le descrizioni sono decenti, non perfette, certo, ma nettamente migliori rispetto a quelle di altri libri. Del resto Chesy non pretende mica che gli si descriva il bozzolo sul lobo dell’orecchio, ma viene il dubbio, vedendo che la James descrive la sensazione di avere un bozzolo sulla nuca, duro come una pietra ma che si scioglie come zucchero dopo pochi attimi. E quindi visi e luoghi prendono piacevolmente sembianze accurate.
Parte della trama è facilmente intuibile, non tanto dalle anticipazioni esplicite che da la stessa narratrice, ma dall’esposizione dei fatti, e infine un po’ ti soffermi a chiederti come alcuni personaggi abbiano potuto essere così ciechi. D’altro canto, ci sono lassi di tempo in cui Rebecca James salta subito alle conclusioni, lasciando la narrazione in un limbo in cui non ti resta che chiederti cosa sia successo nel frattempo, e perché l’autrice non ne abbia parlato, sebbene potendo liquidare il tutto anche solo con una frase sbrigativa ma d’obbligo. Il romanzo è poi diviso in due parti, la prima molto più lunga della seconda, e notando la brevità di esso mi pare una scelta totalmente assurda e priva di significato. Ci sarebbe stata molta meno confusione rendendo il tutto un unico manoscritto, dati i capitoli a loro volta brevi e capaci di fornire armoniosità alla storia da soli.
Ci troviamo in diversi piani di narrazione, che si avvicendano di capitolo in capitolo, in cui seguiamo tre periodi di vita della protagonista: la sera dell’uccisione della sorella, il presente (molto offuscato) e il passato della cosiddetta “rinascita”, in cui si narra tutta la vicenda della fatale amicizia con Alice. Passato che occupa gran parte della narrazione rispetto agli altri due livelli. Leggendo, la Zia ha avuto il dubbio che prima o poi l’autrice avrebbe combinato qualche pasticcio, perché proseguendo nella lettura le pareva logico che da un momento all’altro, di capitolo in capitolo, sarebbe finita a confondersi e a non distinguere più se stesse leggendo del passato, del presente, del futuro. Ma deve dire che, con piacere, così non è stato, benché alcuni tratti possano apparire egualmente vacillanti come un ponticello di corda su un baratro oscuro.
Il romanzo è anche sconclusionato. Lascia alla tua fervida fantasia il gusto di cosa sarebbe accaduto dopo, dopo l’ultima frettolosa pagina. Quella che trae infatti non è una vera conclusione. Per carità, con dei personaggi così idioti, che si gettano nel canale di scolo o nel mare in tempesta, o lasciano scolare di birra la sorella quattordicenne, cosa si può pretendere? Almeno il piacere di non concludere atto o pensiero glielo dovete dare. E così finisce il libro, non capendo nitidamente quale sia il vero pensiero di Katherine. Personalmente lo stregatto Chesy, nel prologo, è riuscito a diagnosticare che la protagonista soffre di paranoia ed è affetta da delirio persecutorio, dove vede la Crudelia Demon della sua vita apparire al supermercato vendendole alte dosi di veleno, o in riva al mare mentre usa il suo corpo come pistola per macinarle il cuore. Ma questo può anche rimanere, visto che sono dei personaggi psicologicamente approfonditi.
Un plauso alla copertina, anche stavolta formidabile, è dovuto. La scritta da cui si dipartono i fili spinati attrae, è un’idea originale che t’avvinghia. Il nero scuro della versione italiana, o in alternativa il rosso (appartenente a quella britannica) fanno pensare alla bellezza della malignità in maniera contorta. Quasi attrae il fatto che il male possa avere qualcosa di bellissimo in sé, e alla fine, se ci si sofferma, non è poi tanto sbagliata come concezione. Peccato che qui la Bellezza sia Alice, e la malignità sia semplicemente la sua pazzia crudele. Un’interpretazione un po’ deludente di un concetto così alto.
Ciò che non torna è davvero il bisogno di tentare il suicidio più volte, e dopo ridere di questo, perché è forse questo che ne resta del titolo. La malizia di Alice, la sua torbida follia, crudele e spietata, assurdamente ambigua, che porterà a conclusioni affrettate, le quali dovrebbero fungere da colpo di scena che in realtà non è. Per questo il romanzo risulta piatto ed infine la domanda “si può essere felice di una morte?”, ritorna inspiegabilmente col prologo. Le sorelle Boydell svaniscono via, la felicità non è la morte della sorella perfetta.
«Non ci sono andata al funerale di Alice. Ero contenta che fosse morta.»
È la morte di chi ti ha distrutto la vita che ti rende felice, ma non è forse vero che senza la persona della cui morte ora sei felice non avresti mai compiuto le cose che ora ti stanno più a cuore?

Voto:  2 cappe-code e mezzo
Mad-Cafinito

giovedì 5 agosto 2010

PostHeaderIcon Recensione: Chocolat

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Recensione: Chocolat ( Joanne Harris )
Titolo: Chocolat
Autrice: Joanne Harris
Trama: La bella e intrigante Vianne Rocher si trasferisce con sua figlia Anouk nel piccolo e ordinato villaggio di Lansquenet per aprire "La Celeste Praline", una golosa pasticceria. La loro presenza diventa presto un elemento di disturbo per il giovane curato, ma di gioia, colore e felicità per il resto del villaggio.
Prezzo ( edizione per ipovedenti! ) € 13,90
Editore: TEA- Tascabili degli Editori Associati.
Recensione a cura di: Chesy.
Buongiorno Amici!
Oggi, spero di riuscirci, vorrei presentarvi un libro che amo, un libro che definire stupendo è dir poco. Sto parlando del best-seller mondiale Chocolat, dell’amata Joanne Harris. Allora, cominciamo la recensione parlando un po’ dell’autrice.
Joanne Michèle Sylvie Harris (Barnsley, 3 luglio 1964) è un scrittrice britannica di madre francese e padre inglese. Ha vissuto la sua infanzia fra cibo e folklore nel negozio di dolciumi dei nonni. Adesso wikipedia mi viene a dire che sua nonna era una strega: io non so bene in che senso voglia intenderlo ^^’ quindi non aggiungo altro in merito.
Joanne ha studiato presso la scuola media di Wakefield e si è laureata presso il St Chatarine’s College di Cambridge, in lingue medievali e moderne.
Il suo primo romanzo è Il Seme del Male ( The Evil Seed, 1989 ). Ultimo romanzo tradotto in Italia dalla garzanti, tanto per farvi capire che il suo primo romanzo ci arriva come l’ultimo. Mentre Chocolat ( 1998, data di uscita inglese ) è colui che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Da cui è stato tratto l’omonimo film, che tra l’altro io non ho visto, ma spero di farlo al più presto, dove il ruolo dello zingaro Roux viene interpretato da Johnny Depp.
Chocolat è un libro frizzante, pieno di passione e magia, pieno di odori e sapori che invitano ad essere odorati, toccati e mangiati. Pensate, io in tre giorni di sola lettura ho consumato una tavoletta di cioccolata, ehe ehe, purtroppo è questo l’effetto del libro. È inevitabile non essere attratti da una tazza di cioccolata, da un pacchetto col nastro d’argento che contiene chissà quale prelibatezza, forse la tua preferita. Perché la nostra cara Vianne sa i preferiti di tutti, trucchi del mestiere naturalmente. Vianne è una strega, benché lo nasconda gelosamente.
I personaggi del romanzo mi hanno affascinato molto, sono stati stupendi, ognuno con la sua caratteristica, non personaggi piatti, ma con doppie facce e tanto spessore, ognuno ha un proprio ruolo che a fine libro porta inevitabilmente a termine. Li ricordo tutti, uno per uno, da Caroline Clairmont; odiosa e antipatica figlioletta viziata, cerca solo il bene della madre vecchia e sfrenata in preda alla morte, che vuole recludere in una casa di cura; ad Armand Voizin, la madre ( decisamente il mio personaggio preferito ) che tra sfuriate e strappi alle regole del diabete riesce a vivere i suoi ottant’anni come una ragazzina, fra balli e feste e tante tazze di cioccolata, e tartufi.; Luc Clairmont, piccolo genio di quattordici anni reso un bambino di poco più di cinque anni dalla madre iperprotettiva. E poi Guillaume Duplesis, simpatico signorotto col suo fedele e fidato cagnolino Charly; e poi Joséphine Bonnet, donna emancipata dai mille volti… ; Roux lo zingaro dalla capigliatura scarlatta; poi Anouk, la figlioletta di Vianne col coniglietto pantoufle sempre apresso, coniglietto immaginario creato con la magia… e potrei continuare all’infinito fino a Francis Reyunaud, il prete, l’uomo nero, la morte.
Chocolat è un libro che affascina, è un libro che tiene incollato alle pagine, ti da la sensazione di avere lo stesso cioccolatino, prelibato, durante tutta la lettura, è un cioccolatino che non si scioglie mai, allieta malgrado, allieta coi suoi pettegolezzi e gli intrighi di famiglia. È un libro da leggere, da leggere sia per un estate calda e afosa e sia in un inverno innevato rinchiusi con una tazza di cioccolata calda dentro casa. Io, quando l’ho cominciato, diciamo che il mio intento era una sfogliata per vedere lo stile dell’autrice, non ne sono uscito più. Pensavo di chiuderlo per continuare la mia altra lettura, ma – ribadisco – non ne sono uscito più. È un libro travolgente, appassionante, avvincente… con tattiche studiate per farti restare incollato, benché io cercavo di gustarmelo è scivolato via lasciandomi una curiosità letale.
I capitoli, la storia, sono in prima persona. Capitoli impersonati dalla nostra cara Vianne che dietro il bancone della sua cioccolateria sfama bocche, ne aiuta altre, scava nell’animo della gente e ti vede per quello che sei veramente, non per quello che la gente, i pettegolezzi, ti fanno credere. E poi c’è lui… inevitabilmente tattica che invidio, stupenda. Quella di scrivere capitoli in prima persona, ma dal punto di vista del nemico. È una cosa geniale, che ti fa approfondire la psicologia del male, la perversione della Chiesa… perché benché essa cerchi di fare troppo bene eccede, e gli eccessi sono sempre puniti. Non è l’eterna lotta male e bene, no! È bene/bene – male/male. Ognuno con le sue ragioni, seppur limpide o fosche, ognuno coi suoi obiettivi. Chi alla ricerca di Dio, chi della felicità.
Mi pare che ci sia un dialogo fra Vianne e Guillaume, dove quest’ultimo chiede a Vianne a cosa crede ( Vianne non è Cattolica ). Lei, nella sua testa ci pensa, lei crede a tante cose, ma non gli risponde ai culti della sua infanzia, Vianne scava nel suo cuore e risponde che quel che crede è alla felicità. Lei crede nella felicità e in quello che questa possa dare, e accompagna tutto col sorriso.
Insomma in questo libro c’è una dosa di fluff ( tenerezza ) che ti si scioglie in gola come un ennesimo cioccolatino ripieno di praline. Vianne è unica.
La sua cioccolateria da un tocco di originalità e colore ad un paesino grigio della Francia. E mentre tutti accorrono ad assaggiare le prelibatezze elargite da Vianne pian piano la quaresima giunge al suo termine, e dopo aver rotto i voti… s’avvicina la pasqua… e s’avvicina il festival del cioccolato, organizzato dalla cioccolatiera.
Il prete, rigorosamente votato ad un Dio che teme, vede La Céleste Praline come un albero che affonda le proprie radici nella terra per infestare Lansquenet dal diavolo. Un diavolo che si presenta offrendo cioccolatini e si veste da donna affascinante e gaia, una donna che in sé si crede Angelo… ma inevitabilmente ostacola colui che gli si mette davanti. E costui è l’uomo nero.
Stavolta Vianne, che è venuta portata da un vento che l’ha costretta a vagare per tutto il mondo, resterà o una corrente la soffierà via spodestandola?
***
Preparo le code, scelgo le migliori, le arruffo per benino, raccolte fra loro le mostro con una nota d’orgoglio.
tail votante tail votante tail votante tail votante tail votante
Risultato= 5/5
Consigliato? Avete dubbi?
Certo, prendetelo subito, la Harris è una maga.
P.S: Il seguito è Le scarpe rosse.
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